La rabbia della sorella del barista «Ucciderei io il killer di Claudio»

nostro inviato a Besano (Varese)
Ci sono le bandiere tricolore all’ingresso del paese. E accanto alla saracinesca abbassata del bar Lory dove Claudio è stato ammazzato. E ai balconi delle case che si guardano l’una dentro l’altra in quel dedalo di budelli che si impiantano, come una ragnatela in via Giò Batta Rinaldi, «benefattore».
Besano, duemila abitanti che parlano lumbard ricorda così, con la bandiera di un’Italia unita, ma più che mai divisa qui sulla vicenda, il suo grande e grosso «eroe buono». Quel ragazzone di Claudio Meggiorin finito a terra per sempre davanti al suo locale solo perché voleva sedare una rissa innescata da balordi albanesi. Una storia assurda che, da quando è accaduta, sabato notte, si sta ramificando in altre storie assurde e poco rassicuranti: un linciaggio, una vetrina mandata in frantumi, un corteo di sconquassati ultrà del Varese calcio, o naziskin che fossero, che cercavano e forse cercano ancora qualche capro espiatorio da «giustiziare» per vendicare la morte di Claudio.
L’altra sera prima che scattassero le manette ai polsi di due capi-bastone dalla testa rasata e dai precedenti lunghi come la lista della spesa, gli slogan che riecheggiavano a Varese e dintorni erano del tipo: «Albanesi tutti appesi» puntualmente alternato con un altro non meno significativo: «Razza bastarda, vi distruggeremo». «C’è da aver paura - ammette il sindaco Arnaldo Colombo - perché noi che viviamo da queste parti non siamo preparati ad episodi come quello di sabato. La gente di Varese sta zitta, lavora, tira avanti. Ma quando si ferma a riflettere, quando non ne può più, rischia di non essere capace di governare le proprie emozioni, le proprie reazioni. È questa la mia vera paura. So che tutti a Besano sono vicini al dolore della famiglia di Claudio, con compostezza, con la serietà che si addice a questi momenti. Ma io temo che possa arrivare gente da fuori, magari giovedì, per i funerali del ragazzo, con propositi bellicosi. Per questo motivo ho invitato le forze dell’ordine a vigilare e i politici, i nostri governanti, ministri e no, ad abbassare i toni. Non abbiamo certo bisogno di qualcuno che in questo momento venga a sovraeccitare gli animi. Non si può permettere che il congedo da Claudio sia legato alle scene viste l’altra sera a Varese con quei giovani che gli dicevano addio con il braccio alzato da camerati gridando: sei uno di noi».
Rabbia, dolore, paura. Nella giornata bigia, con la pioggia che stringe d’assedio Besano, i sentimenti comuni, contradditori e confusi si mescolano e si rimescolano come gli scherzi dell’acqua in quella pozza di sangue davanti al bar Lory. Appena si accorge del capannello di giornalisti, inchioda l’auto davanti al bar, Alessandra, la sorella di Claudio, che da tempo vive a Milano con un marito e un bimbo. «Dalle parti di piazzale Maciachini dove sto c’è d’aver paura, ma almeno lo sai e cerchi di tenere occhi e orecchie aperte. Ma qui una cosa così chi se l’aspettava. Se lo incontrassi, se solo potessi averlo di fronte l’assassino di mio fratello lo ammazzerei con le mie mani. Come si fa a non avere questa reazione?».
Poche centinaia di metri più in là, i genitori di Claudio, riuniti con i parenti e gli amici più intimi, nella villetta di via Pirandello cercano, con gli occhi rossi di pianto, di ritrovare la strada dell'equilibrio, scegliendo le parole più appropriate. La madre lancia una sorta d’appello: «Io sono per la pace, non per la guerra. Nel nome di Claudio, io chiedo che questi ragazzi, quelli che hanno sfilato l’altra sera a Varese e hanno voglia di farla pagare agli extracomunitari, non facciano apparire mio figlio nella maniera sbagliata. Loro, nel nome di mio figlio, devono fare i bravi, devono far fare il corso alla giustizia». Ma poi Elisa Meggiorin, davanti al televisore, vedendo con noi le immagini di un tiggì, si ribella alla confusione di parole che si sta facendo sulla pelle del figlio e sbotta: «Stanno infangando la memoria di Claudio e tutto ciò è intollerabile. Noi non possiamo permetterlo, non lo permetteremo mai». Si sforza di riportare la calma fuori e dentro casa Giampaolo Meggiorin, il padre di Claudio che a Besano è anche consigliere comunale della Lega: «Nessuno rinnega il passato di Claudio, anche lui era un ultrà del Varese calcio, anche lui aveva commesso errori. Ma aveva cambiato strada, ora pensava soltanto al suo bar e alla fidanzata. Aveva capito di aver sbagliato e non andava nemmeno più allo stadio. La reazione dei suoi amici o meglio dei suoi ex amici credo si possa interpretare come un eccesso di tensione. Hanno voluto testimoniargli affetto e solidarietà ma hanno sbagliato, così non si arriva molto lontano». E dal carcere dei Miogni a Varese,in attesa dell’interrogatorio del gip Ottavio D’Agostino, previsto per oggi, arrivano le parole dell’aggressore di Claudio: «Vorrei chiedere perdono alla sua famiglia, non volevo ucciderlo, me ne sono reso conto solo dopo», ha ripetuto ieri Vladimir Mnela. Distrutta dal dolore anche Tea, la madre di Fajton, l’altro minorenne albanese che ha partecipato alla rissa fatale. «Non tornerò mai più a Besano. Non potrò mai sostenere lo sguardo delle persone. Ho chiesto perdono, che altro posso fare? Ciò che sta succedendo adesso è assurdo, gli episodi di razzismo sono inaccettabili».

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