Il rabbino in moschea: «Dio è contro il terrore»

È la prima volta che il capo della comunità ebraica di Roma visita ufficialmente il tempio di Allah

Ariela Piattelli

da Roma

Sono i due figli di Abramo, fratelli antichi e lontani. Abdullah Redouane aspetta l’ospite sulla porta della grande moschea. «Salam aleikum», saluta. Riccardo Di Segni si avvicina e risponde «Shalom alekhem». Il padrone di casa è il segretario del centro culturale islamico, l’ospite è il rabbino capo. È la prima volta che accade a Roma, nella città eterna, che un rabbino capo entra, in visita ufficiale, nel tempio di Allah. Il conflitto tra israeliani e palestinesi qui è molto lontano. Redouane evita l’argomento. Di Segni ne accenna soltanto. La pace passa per il dialogo e la comprensione. Tutti e due rinnegano il terrorismo. Parla Redouane: «Condanniamo senza alcuna riserva ogni forma di antisemitismo, islamofobia, xenofobia o razzismo». Il rabbino conferma: «Il terrorismo in nome di Dio è una bestemmia. Il Talmud e il Corano affermano che chi salva una vita umana è come se salvasse il mondo intero e chi la distrugge è come se distruggesse un mondo intero». Si scambiano il segno della pace. È un saluto, una stretta di mano che rimarrà impressa nella storia.
Il rabbino Di Segni, insieme ai vertici della comunità di Roma, è qui in visita ufficiale. Davanti ha la moschea di Monte Antenne. Ad accoglierlo il presidente della Lega musulmana Mario Scialoja e Abdellah Redouane (l'Imam della moschea Mahmoud Shaweita non era presente per motivi personali). Scialoja descrive l'architettura della moschea più grande d’Europa. Redouane ringrazia Di Segni per la solidarietà al mondo islamico sulle vignette. E come il Rabbino aveva anticipato in un intervista al Giornale, la visita alla moschea rappresenta soprattutto un'offerta di aiuto alla comunità islamica nel lungo percorso dell’integrazione: «Conosciamo i problemi che vi preoccupano: - dice Di Segni - la trasmissione dell'identità, l'educazione scolastica in rapporto con il sistema pubblico, l'insegnamento della religione e della lingua araba, la formazione delle guide spirituali, la tutela delle norme religiose: dalle giornate festive alla preghiera alle regole alimentari. Su questi temi, ovviamente con le reciproche differenze, come ebrei italiani qui presenti da venti secoli abbiamo avuto un lungo rapporto con la realtà circostante e siamo riusciti faticosamente ad elaborare delle soluzioni e dei modelli di convivenza. Per questi motivi riteniamo che la nostra esperienza possa esservi quanto mai utile in questo processo difficile di integrazione e siamo pronti a comunicarvela. L'antico fratello che ora si affaccia a Roma non può essere ignorato ed è ora di guardarsi in faccia, parlarsi ed aprirsi le porte».
Un evento quindi di portata storica e la presenza all'incontro di ieri dei media internazionali conferma che questa visita è messaggio importante lanciato in tutto il mondo. La questione israelo-palestinese torna nelle parole dei due fratelli. Non servono troppe parole. Il rabbino Di Segni parla di doveri e responsabilità: «Nel processo di pace in Medio Oriente il nostro dovere come esponenti religiosi è di accompagnare israeliani e palestinesi nel cammino fino ad oggi difficile nella ricerca della pace, per il bene delle due parti e del mondo intero, tramite il dialogo e il negoziato». «Nel nome del Dio clemente e misericordioso - dice Redouane - si è compiuto un passo essenziale e irrinunciabile per la pace e il rispetto reciproco». Una pietra è stata gettata. Di Segni ricambia l’invito a Redouane, Scialoja e all'Imam Shaweita. La Sinagoga è il prossimo passo.