RABONI Poesie pagate «a tanto caro sangue»

Dalla Passione di Cristo ai giorni torbidi di Piazza Fontana: una profonda riflessione sul dolore

Non è facile dire se il corso della poesia di Giovanni Raboni (1932-2004) fosse «deciso» già in partenza, ovvero se un «destino» la guidasse nella direzione formale e affettiva che essa ha imboccato irreversibilmente dagli anni ’80 in qua, fino al 2002 di Barlumi di storia e di Alcesti o La recita dell’esilio, gli ultimi titoli pubblicati in vita. Il «Meridiano» curato da Rodolfo Zucco (L’opera poetica, pagg. CLI-1871, euro 55) ci spinge a riafferrare il filo dalla giovinezza del poeta, da quando gli intrecci erano ancora abbastanza semplici, e i richiami culturali e libreschi ovviamente limitati. Ma sùbito c’impressionano, esordio impegnativo, i Gesta Romanorum: una Passione di Cristo rinarrata per frammenti o commentata da chi la vide o la sentì descrivere. Il sostegno obiettivo del testo sacro tacita o lascia in secondo piano l’espressione della soggettività del poeta.
Il tema della Passione di Gesù, rivissuta nella testimonianza di chi ebbe il doloroso privilegio di trovarsi in loco, salda tra loro due fasi della poesia raboniana molto divaricate nel tempo: la Rappresentazione della Croce appare infatti nel 2000, e a quella data si è resa ormai esplicita, nella psicologia e nelle strutture, una «teatralità» che nei Gesta vibrava, si capisce, a uno stadio meramente potenziale (qualcosa di simile è accaduto, strada facendo, a Luzi). L’autore della Rappresentazione è colui che ha appena riunito negli «Elefanti» garzantiani in seconda edizione accresciuta, col titolo Tutte le poesie (1951-1998), un itinerario che, dopo i Gesta Romanorum (1951-1954), si scandisce in queste «epoche» principali: Le case della Vetra (1955-1965), Cadenza d’inganno (1957-1974), Nel grave sogno (1975-1981), Canzonette mortali (1981-1983), A tanto caro sangue (1956-1987), Versi guerrieri e amorosi (1984-1989), Ogni terzo pensiero (1989-1993) e Quare tristis (senza date). Ciascuna sezione vi è a sua volta suddivisa in varî paragrafi: dunque tutto in ordine, salvo l’anomalia di A tanto caro sangue. Che ci si porge come libro a sé ma che fu - nel 1988, quando uscì - e rimane un’autoantologia e insieme una prova di relativa revisione di singoli pezzi e di ricomposizione dell’ampliato organismo nel quale essi venivano a confluire.
Il problema di A tanto caro sangue se l’è posto anche il curatore del «Meridiano»: forte del consenso di Raboni medesimo - che da principio ne accompagnò l’allestimento -, Zucco ha stabilito di riprenderlo, quel libro, tale e quale: ma coll’esito, abbastanza inconsueto, che circa 160 testi li troviamo, o identici o con poche varianti, sia in A tanto caro sangue sia nel corpo di una delle raccolte a cui appartenevano originariamente. È che A tanto caro sangue costituisce di fatto un punto nodale, fra ricapitolazione e scelte nuove non più smentite. Nel giugno 1987 un infarto induce Raboni a dubitare seriamente della propria «immortalità» (ciascun poeta si postula, a suo modo, immortale): da quell’episodio sembra che il motivo della morte - bilanciato nelle recenti «canzonette» dalla vena erotica - acquisti una evidenza, una palpabilità mai mostrate prima a tal segno. Il «caro sangue» a cui si rivolge e si dedica adesso la poesia è quello dei familiari, innanzitutto dei genitori troppo presto perduti; ma accanto alla suggestiva percezione di una rassicurante, incancellabile «consanguineità» emerge il senso simbolico e sacrificale implicito nel «sangue». Se n’era versato, di sangue, dopo che nei Gesta, ne Le case della Vetra (titolo manzoniano memore dei processi agli untori), basterebbe citare quello del «bambino morto di fatica». Ancor più copioso, il sangue, in Cadenza d’inganno, coi giorni torbidi e turbolenti della strage di Piazza Fontana e della morte dell’anarchico Pinelli a mutare l’immagine stessa della città: una Milano della quale Raboni deprecherà sempre gli sfiguramenti materiali e morali, dall’urbanistica al costume politico.
Ma a partire dai Versi guerrieri e amorosi (titolo che deriva da una serie madrigalesca di Claudio Monteverdi) l’autobiografismo, la trepida rievocazione di una infanzia che la guerra obbligò a cambiare luoghi e abitudini, si combina con un nuovo elemento. Un po’ come nel Montale dei Mottetti, se il poeta è scampato all’eccidio, è perché doveva - molti anni più tardi - incontrar l’amore nella sua manifestazione più colma. Identificabile nella persona di Patrizia Valduga, artefice - giovanissima all’inizio del decennio ’80 - di forme rimate dall’apparenza arcaica ma rilavorate dall’interno con estro modernissimo, quest’amore suscita in Raboni un’emulazione letteralmente gioiosa, lo stimola a cimentarsi anche lui nella quartina rimata e poi nel sonetto, che da allora gli sarà lo schema più congeniale. È un esercizio che si ripete e bravamente si complica in Ogni terzo pensiero (di derivazione shakespeariana, la formula presagisce il morire) e in Quare tristis.
Parlare di «linea lombarda» o «milanese» non serve, per Raboni, a meno di non riferirla a quel tragitto, eticamente robusto, che da Parini conduce a Delio Tessa e a Rebora per i tramiti di Carlo Porta e del prediletto Manzoni. La misura del sonetto sollecita Raboni a una scommessa «inclusiva»: proprio l’opposto di quel che fanno o facevano i sonettisti convenzionali ricamando elegantemente su una ideuzza da diluire nell’arco dei quattordici versi. La «gabbia» produce in Raboni, tra spericolate acrobazie ritmiche e grammaticali, un massimo di condensazione tematica e compattezza emotiva. Poiché il «caro sangue» egli lo avverte sempre più vicino; il muro che separa i defunti dai sopravvissuti s’assottiglia di giorno in giorno. Nessun autore della sua generazione ha saputo mettere a frutto meglio di lui, senza sbavature, il pathos filiale (qui Vittorio Sereni gli è davvero maestro) e, grazie a quella che ho chiamato «inclusività», raccordare la dedizione al «caro sangue» con l’amore per la città, una città viva dentro la storia, ricca di personaggi e di sfondi, mentre si profila il varco della misteriosa Frontiera.
Barlumi di storia si chiuderà sulla visione di un «tutto, finalmente, senza futuro». Gli anni «tremano/ alle spallate di un vento invisibile». Ad avvincerci è questo Raboni delicatamente - ma anche carnalmente - esistenziale: che relega, di conseguenza, ai margini, come accessoria, l’indignazione degli Ultimi versi, editi postumi a cura della Valduga. Al pari d’innumerevoli intellettuali italiani, sembra che Raboni s’addormentasse la sera - e si ridestasse la mattina dopo - tormentato da un incubo perpetuo: Berlusconi. (Mah. Più volentieri lo ricordo, intorno al 1980, simpatizzare per le battaglie civili di Pannella e dei radicali).
Dell’acume del critico militante, come del traduttore (sia pur nell’inevitabile assenza di esempi dei lavori più cospicui, su Proust e su Baudelaire), il «Meridiano» offre una bella campionatura, specie nei saggi di Poesia degli anni sessanta, gremiti di referti puntuali e sicuri. Nel volume odierno anche le Devozioni perverse, riflessioni di varia materia, del 1988-91, legano bene con quel che di più propriamente creativo segue o precede. Il sì incondizionato a Gadda, Landolfi e Volponi - o, a specchio, le riserve su Pasolini, Calvino e Manganelli -, tutto è da considerare nel quadro complessivo di un’intelligenza tra le più agili e rigorose del secondo Novecento. Un’intelligenza che guida anche la mano del poeta, non arginandone però la passione e la tenerezza («Ma tu intanto,/ ti prego, sopportami, stammi accanto,// stringimi la mano finché ci sono/ tendini e ossa, anche per te sia un dono/ questa povera attesa dell’attesa»).