Radicali, cinici, giacobini Il grande filosofo previde l’arrivo dei comunisti 2.0

A ugusto del Noce quasi si vergognava della sua intelligenza, aveva pudore della sua profondità e la nascondeva sotto il velo affabile della sua cortesia. Quando parlava in pubblico non aveva un eloquio fluente, ma tormentato: partecipavi al travaglio di un parto, ma eri ammesso a vedere il lavorìo della sua intelligenza mentre forgiava i suoi pensieri e li sfornava davanti a te, caldi e ancora contorti. La sua scrittura era invece limpida ed efficace, nonostante non concedesse nulla ai tempi e alle vanità del filosofo. Del Noce morì alla fine dell’89, giusto vent’anni fa, e vide appena la caduta del Muro ma previde più di ogni altro l’esito mondiale e italiano del comunismo. Il passaggio dal comunismo al consumismo, e dal Pci al partito radicale di massa, fu descritto perfettamente da uno che poi non lo vide. Se n’è parlato nel fine settimana tra Roma e Cassino in un bel convegno a lui dedicato dal Cnr, con molte voci, da suo figlio Fabrizio a Buttiglione, dai delnociani della Fondazione a lui dedicata a Perfetti, de Mattei e altri, me compreso. Tutto nel silenzio assordante dei media. Eppure Del Noce l’inattuale ha compreso la nostra attualità più del suo amico e antagonista Bobbio o delle vulgate radicali, marxiste e neoazioniste. Provo a dire in quattro parole le ragioni della sua solitudine e della sua attualità. Mentre la cultura italiana definiva provinciale tutto ciò che nasceva in Italia e considerava, già prima dell’avvento di Berlusconi, il caso italiano come l’anomalia di un Paese che non era entrato nella modernità perché aveva avuto la Controriforma senza aver avuto la Riforma protestante, e perciò aveva avuto il fascismo, Del Noce considerava al contrario il nostro Paese come il paradigma dell’Occidente, il laboratorio in cui si sperimentò il difficile rapporto con la modernità, il marxismo, il fascismo. E, sul piano politico, mentre la cultura ufficiale del nostro Paese considerava il fascismo, con più indulgenza il comunismo e infine la Democrazia cristiana come tre cause di ritardo della modernità, tre resistenze al progresso, Del Noce, al contrario, ravvisava nel fascismo, nel comunismo e nella stessa Dc tre processi, assai differenti, di scristianizzazione del nostro Paese. Il fascismo combatteva molti degli avversari della cristianità ma restava prigioniero del suo attivismo irrazionale, della sua volontà di potenza e del culto della guerra e della violenza. L’italocomunismo, nella sua versione gramsciana, portava l’ateismo alle masse e concorreva allo sradicamento civile e religioso. Del Noce individuava nell’intreccio tra sinistra e poteri economici e ne la Repubblica di Scalfari i luoghi di passaggio dal comunismo, con il suo afflato religioso e la sua impronta popolare, ad un laicismo radical, cinico e neo borghese, di tipo liberal o giacobino. E la Dc, a cui pure Del Noce era vicino, lasciava che il comune sentire degli italiani, la cultura e il senso religioso, scivolassero dolcemente verso la scristianizzazione della società opulenta.
Con una diagnosi del genere, Del Noce si situava agli antipodi delle culture egemoni del nostro Paese, in totale solitudine. Accolto solo dal piccolo mondo della destra colta. E più solo si ritrovava Del Noce, antifascista ai tempi del fascismo, quando sosteneva che l’antifascismo sopravvissuto al fascismo era un fenomeno negativo e dissolutivo. L’antifascismo per Del Noce non poteva costituire la religione civile degli italiani. Il Risorgimento, invece, sì. E qui Del Noce si separava anche dai cattolici reazionari e antirisorgimentali ritenendo che l’idea stessa di Risorgimento, come resurrezione, fosse rimasta incompiuta e fosse necessario saldare l’idea di nazione a quella di tradizione, civile e religiosa. Pur cattolico, Del Noce non era clericale; coltivava una visione dantesca dell’Italia e non solo giobertiana. Con un’espressione da lui non usata, ho sostenuto che Del Noce sia stato il filosofo che ha pensato la religione civile per il nostro Paese. Religione civile da non confondere né con le religioni secolari e politiche che vogliono sostituire la religione con un’ideologia salvifica e con l’attesa di un paradiso in terra; né con la teocrazia medievale o di tipo islamico che uccide la libertà nella coincidenza forzata di fede e cittadinanza. Del Noce non scioglie la politica nella religione, né la religione nella politica, ma neanche le separa come farebbe un cattolico liberale; ma afferma la necessità di attingere alla tradizione religiosa per fondare i valori condivisi di un popolo. La religione civile di Del Noce è la rilettura nel nostro tempo della teologia civile di Vico. Sposare Libertà e Verità, persona e comunità, fu il cuore della sua ricerca.
In questa luce, Del Noce è stato il filosofo politico e civile del pontificato di Papa Wojtyla, mentre Ratzinger ne era il teologo e il dottrinario. Con il Papa Del Noce condivise la critica al comunismo e la lettura del dopo comunismo, l’avvento di una società permissiva e nichilista, sazia e disperata. E con il Papa condivise la necessità di correlare l’idea di nazione al senso religioso, verità e libertà, diritti dei popoli e diritti della persona. L’anno in cui salì al soglio pontificio Wojtyla, Del Noce scrisse Il suicidio della rivoluzione, che prefigurava la fine del comunismo, di cui quel Papa sarebbe stato il primo ispiratore.
Fui molto vicino negli ultimi anni a Del Noce, ebbi un sodalizio di pensieri e di incontri, di riviste e fondazioni, di cui c’è traccia anche nei suoi taccuini. Fu Del Noce ad aprirmi le porte al settimanale vicino a Cl, Il Sabato, e ad andare di persona da Gianni Letta, allora direttore de Il Tempo, per proporre un mio articolo culturale che gli era piaciuto, da cui scaturì la mia collaborazione alla pagina culturale del quotidiano romano. Lo vidi una settimana prima che morisse a casa sua, perché mi consegnò l’introduzione autografa ad un mio libro, che sarebbe stato il suo ultimo scritto. Accolse l’idea di un libro dialogo sul profilo ideologico del Novecento, che avremmo realizzato a conclusione del suo Gentile, poi rimasto incompiuto. Disse con una punta di civetteria che avrebbe voluto rivalutare Togliatti e pure Stalin rispetto alla nuova sinistra. Anche quella sera del 22 dicembre fu affabile ma affaticato, reduce già da un infarto; mi apparve disfatto come un uccello senza piume. Ci scambiammo gli auguri per il Santo Natale e per il Nuovo Anno, ma per lui valsero solo i primi.