«Radiocronista per vocazione Ma liberale per caso»

Emanuele Dotto, il radiocronista principe della Rai (è la seconda voce sportiva dopo quella di Riccardo Cucchi) mi racconta la sua storia professionale lunga trentadue anni, mentre alterna il tutto con la radiocronaca di una delle tante partite marassine, sempre puntuale e anche divertente come è nel suo stile.
Emanuele Dotto nasce a Genova il 21 giugno del 1952. Il papà fa il ferroviere, lui già da piccolo sogna di fare il radiocronista. Si allena e scopre di avere una memoria di ferro. Conosce a memoria quasi tutto l’orario ferroviario di allora. Si laurea con centodieci lode e un abbraccio in «Storia medioevale». Si sente genovese, anche se la mamma è originaria di Lerma, dove nacque anche Moana Pozzi. In questa intervista lunga ci daremo del «tu», per una vecchia amicizia che ci lega. Il che farà apparire l’incontro più sincero e meno ipocrita.
Dotto, se non sbaglio i tuoi primi scritti vengono pubblicati su un foglio storico, ancorché piccolo, di quella Genova degli anni Settanta.
«Iniziai a scrivere su City, foglio indimenticabile sul quale debuttò con la firma di “Bebe’rt” anche Paolo Lingua, confermando la sua vena di dissacrante scrittore».
Il tuo primo pezzo su un quotidiano?
«Fu nel 1971, Corriere Mercantile. Siglai soltanto un articolo di baseball. Mi fu affidato dall’allora redattore Andrea Valdemi».
Ci fu poi l’esperienza della «Gazzetta del lunedì»...
«Sì, con il direttore Umberto Bassi. Ma poi venni assunto dal Mercantile dove rimasi fino al ’75. Proseguii anche con la Gazzetta fino al ’77 quando mi chiamò Indro Montanelli che aveva aperto da qualche anno la redazione genovese de il Giornale».
Ricordi di quegli anni?
«Rimasi al Giornale tre anni. Fu una esperienza indimenticabile, che plasmò la mia professionalità, il mio carattere. Direttore Luigi Vassallo, un lavoratore, un mastino. Mi diceva che se volevo far carriera dovevo lavorare soprattutto... oltre l’orario di lavoro. Era una redazione straordinaria con Vassallo, vice Umberto Merani, capo cronaca l’indimenticabile Pippo Zerbini, poi Franco Manzitti e Mario Paternostro».
Fu una battaglia forte e generosa.
«Scrivevo di tutto, ma soprattutto seguivo gli anni di piombo, le Brigate rosse, erano anni terribili per Genova. C’eri anche tu, caro Vittorio, a battere la cronaca sportiva».
Ricordo, ricordo. Poi arriva il contratto della Rai...
«Siamo nell’80. Mi chiamano in Rai, sede genovese e mi dicono che sono in “quota liberale”. Onestamente non ne sapevo niente. Erano anni nei quali in Rai si entrava per “appartenenze politiche”. Ricordo che entrarono con me Sergio Veccia (in quota Pci), Piero Oneto (quota Psi) e appunto il sottoscritto in quota liberale. Solo successivamente Alfredo Biondi mi disse: “Siamo ben rappresentati con te...”. Solo allora capii il perverso meccanismo».
In Rai che facevi?
«Iniziai a fare il Gazzettino della Liguria, poi servizi vari. Lavoravo anche per À Lanterna il rotocalco di Dario G. Martini con U sciû Ràtella di Marzari e altri programmi. Il direttore di sede era Solari, direttore giornalistico Mario Giordano, il Tg 3 era governato da Biagio Agnes. Debbo dire che era, quella di allora, una Rai molto forte, organizzata, professionalmente sostenuta».
Ed arrivò la tua prima radiocronaca di calcio.
«Un momento divertente. Era il 1981, dovevo fare la cronaca di Milan-Varese. Ma successe che non mi avvisarono, me ne stavo tranquillo a casa e alla radio sentii: “Per Milan-Varese Emanuele Dotto”. Capisci che esordio...»
Ma il tuo vero debutto?
«A Varese che giocava contro la Lazio. Una nebbia fitta, fitta per cui non ho visto quasi niente. Ma sapevo che erano stati segnati due gol. Andando negli spogliatoi mi salvò un certo Beppe Marotta, segretario varesino, che mi spiegò i due marcatori (finì uno a uno) e iniziò da quello spogliatoio la mia lunga amicizia con Beppe. Allora presidente del Varese era anche un altro genovese, l’avvocato Mario Colantuoni».
Di lì inizi il tuo vero percorso di voce radiofonica...
«In trentadue anni ho fatto tantissimi sport: calcio, rugby, canottaggio, mondiali a non finire, europei, addirittura il “bob”. Undici giri d’Italia, due giri di Francia».
Momenti belli, momenti brutti, anche qualche incidente.
«Nell’ordine, in Brasile per la Coppa Davis. Si rovesciò la mia macchina con tanta paura, il mio amico fu salvato da un medico genovese. Poi, nel 2004, il terremoto in Giappone. Ero inviato per la Formula Uno. Crollò l’albergo dove alloggiavo. Fui salvo per miracolo. Infine, l’incidente più brutto, il 24 maggio del 2009, in una tappa del giro d’Italia, la Forlì - Cesena, caddì dalla moto. Fermo per qualche mese».
Sempre in giro per il mondo. E la famiglia?
«Mi sono sposato nel 1978. Ho una figlia, Emanuela, che si è laureata in Farmacia, una moglie Marina che ha sempre capito e accettato il mio lavoro. Ci sposò monsignor Calcagno, allora vescovo di Savona, oggi capo delle finanze vaticane. Ho anche un fratello, Matteo, che lavora a Mediaset ed è espertissimo di calcio argentino».
Tempo libero poco...
«Ho alcune passioni: la pittura ad esempio. Amo quella del ’600. In particolare quella genovese. Quando viaggio non manco mai di conoscere le tradizioni, la cultura del territorio. Sono rimasto affascinato dalla Cina, dove sono stato sei/sette volte sia per la Formula Uno che per le Olimpiadi di Pechino. Entusiasta dei Guerrieri di Xi’an, diecimila guerrieri fatti di terracotta, legati ad antiche storie cinesi».
Nel tuo percorso giornalistico hai avuto dei maestri?
«Quattro su tutti: Montanelli per la sua cultura, Bortoluzzi per la sua classe, Umberto Bassi per la sua lucidità e Luigi Vassallo per la sua capacità di far “cucina giornalistica”».
Persone maleducate incontrate?
«Diverse. Cito nell’ordine: Mourinho, Schumacher, Panucci, Vieri, Totti ed anche Cassano».
Litigi?
«Il più forte con Franco Scoglio».
I grandi incontri?
«Oltre ai giocatori, da Maradona a Platini. Ricordo Blair, ricordo un’intervista a Kissinger durante i Mondiali Usa del ’94».
Le paure?
«Ricordo nell’83, un’Atalanta - Avellino, tre a zero per i padroni di casa, poi un tre a tre funambolico. La macchina della Rai (che non c’entrava nulla) venne letteralmente rovesciata. Scappai, spaventato, alla stazione».
Hai ricevuto anche tanti premi.
«Uno su tutti: il premio Coni nel ’91 per il miglior giornalista sportivo, poi qualche altro».
Domanda di rito: che farai nel futuro?
«Intanto sono stato a Sanremo quest’anno per un programma Canzoni e campioni. Poi proseguo Sabato Sport che sta avendo molti consensi. E naturalmente molto calcio, partite e partite. E qualche viaggio nel mondo».
Televisione niente?
«Non mi sento un Grande Fratello...».