Radovan, il "poeta" dei Balcani che affogò la Bosnia nel sangue

Assieme al generale Mladic pianificò la pulizia etnica ai danni dei musulmani

Chissà se ha ancora la chioma fluente, color cenere, che svolazzava nelle tempestose giornate di guerra in Bosnia-Erzegovina. Dicono che per vivere in latitanza da 13 anni abbia dovuto raparsi i capelli a zero, di cui andava tanto orgoglioso.
Radovan Karadzic accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità è stato un carnefice, ma pure uno psichiatra e un poeta. Quando è nato ai piedi del monte Durmitur, in Montenegro, nel 1945 lo hanno battezzato con un nome che significa «essere lieto». Il padre era un partigiano cetnico, i guerriglieri filomonarchici che combatterono contro i nazisti e furono massacrati dai comunisti alla fine della seconda guerra mondiale. La sua famiglia era povera, ma il giovane Kardzic si trasferì a studiare a Sarajevo facendo carriera in psichiatria. Accanto alla professione ufficiale Karadzic coltivava l'amore per la poesia. Nei Balcani un segno distintivo di chi si crede in qualche modo il portatore di un verbo che forgerà il destino dei popoli. Fanno accapponare la pelle alcuni versi di «Sarajevo», una poesia scritta ben prima del conflitto balcanico: «La disgrazia io la sento camminare veramente/ trasformata nell’insetto/ quando verrà l'ora del tuono:/ sbriciolerà l'insetto (...) / Brucia la città come un grano d'incenso,/ in quel fumo pure la nostra coscienza serpeggia».
Dall’aprile del '92 Sarajevo iniziò a bruciare davvero come l'incenso, bombardata dalle artiglierie serbe che circondavano la capitale. Karadzic, da psichiatra a poeta, fece il grande salto diventando il duce dei serbi, che non volevano più convivere con la maggioranza musulmana. Pale, una volta la Cortina della Bosnia a pochi chilometri dalla capitale, divenne la sua roccaforte. Assieme al generale Ratko Mladic, ancora latitante, pianificò la pulizia etnica cominciando a chiudere i musulmani nei lager. Al di là dello sguardo magnetico e della mercedes nera blindata, il Karadzic privato è sempre stato goloso di noccioline e succo di mela. Amava parlare a ruota libera, gironzolando in pantofole e ascoltando qualche brano di Mozart.
Dai tempi della poesia ha sempre avuto al suo fianco un'eminenza grigia: la moglie Liljana, presidentessa della Croce rossa serbo bosniaca. Soprannominata l'Imelda Marcos dei Balcani, per il suo guardaroba zeppo di scarpe e vestiti firmati, ha sempre influenzato il marito. Un mese fa ha ceduto invitando per la prima volta l’amato Radovan a consegnarsi. E così è stato.
Le peggiori nefandezze Karadzic «la volpe» le ha compiute nel 1995, quando non ha voluto o potuto fermare Mladic, che spazzava via le ultime enclave musulmane in territorio serbo bosniaco. A Zepa e Srebrenica oltre 8mila musulmani, compresi donne, vecchi e bambini furono passati per le armi e sepolti in fosse comuni con i bulldozer. Anni dopo le prime riesumazioni dei cadaveri con i polsi legati dietro la schiena dal filo di ferro e il classico colpo alla nuca hanno inchiodato definitivamente Karadzic. Da presidente dei serbi di Bosnia si era trasformato in boia, ma continuava a godere dell’impunità. Due anni dopo gli accordi di pace di Dayton del 1995, che misero fine al conflitto, usava ancora il suo ufficio a Pale con tanto di tappeto rosso sulla scalinata. A un paio di chilometri c’era un posto di blocco dei soldati italiani. Per anni i soldati della Nato hanno ricevuto l’ordine di voltarsi dall’altra parte quando passava con la solita Mercedes nera. Karadzic godeva di inconfessabili appoggi fra i militari di Belgrado, nella chiesa ortodossa e fra i serbi bosniaci. Poi il suo padrino, Slobodan Milosevic, è finito pure lui dietro le sbarre dell’Aia e il cerchio ha cominciato a stringersi.