«Ragazzi alzatevi, c’è il prof»

Almeno da quarant’anni il mondo della scuola gira verso sinistra per motivi semplicissimi: bassissimi stipendi, altissima sindacalizzazione, fortissima ideologizzazione post-sessantottina. Ma quel mondo è anche stanco di girare a sinistra, deluso dai sindacati, socialmente emarginato, culturalmente dequalificato. Quel mondo avrebbe una gran voglia di girare lo sguardo verso il centrodestra se gli venisse data un’occasione.
Di scuola, in questa campagna elettorale, non si dice niente, ma ieri Berlusconi ha fatto una promessa che può rappresentare una vera svolta attesa da chi lavora nella scuola e dalle famiglie che ci mandano i figli (come si vede un pubblico enorme). Organizzazione e buona educazione nelle aule scolastiche: questa in sintesi la promessa del leader.
Troppo lassismo, troppa assenza di merito, troppa sindacalizzazione, troppa ideologia in nome del «siamo tutti compagni», professori compresi, hanno mortificato un’istituzione, i suoi operatori e le famiglie che non capiscono più in che mani vengono lasciati i loro figli. Sono tanti ad avere le scatole piene di questo sinistrismo che ha prodotto chiacchiere e ha scaraventato la scuola italiana agli ultimi posti della graduatoria europea.
Bene presidente! E non si dimentichi, fra le mille cose importanti che avrà da fare, la sua promessa che coinvolge i nostri figli. E incominci proprio da ciò che appare meno rilevante: la buona educazione, le regole da rispettare in classe, che ormai sono abissali misteri.
Qualsiasi forma di trasmissione del sapere esige, come suo fondamento, l’autorevolezza di chi è preposto a questa trasmissione. L’autorevolezza presuppone una ritualità con cui, collettivamente, si esprime il rispetto. Una volta ci si alzava in piedi quando entrava in aula il professore. Gesto bandito dai sessantottini, proprio perché in esso si vedeva rappresentata l’autorità da abbattere. Gesto da ripristinare. È ovvio che un bravo professore può riuscire a insegnare benissimo ai suoi studenti anche se questi non si alzano in piedi quando entra in classe. Ma chi veramente impara da lui? A chi veramente lui insegna? Potrà insegnare bene allo studente che mentalmente, anche se non realmente, si alza in piedi di fronte a lui, cioè lo rispetta, gli riconosce quell’autorevolezza che è alla base dell’insegnamento.
Un rito coinvolge anche chi appare indifferente al significato celebrato da quel rito perché gli dice che lui appartiene a quel contesto: gli piaccia o no deve rispettarlo. Quando un genitore e un insegnante credono nel valore di una forma di educazione, devono farsi ubbidire, devono imporre la regola. Un genitore non può fare l’amico del figlio: deve fare il genitore, cioè educarlo nei valori in cui crede. Un professore non può fare il compagno dei suoi studenti, lasciarsi dare del tu e pacche sulle spalle. Deve fare l’insegnante, mettendo sulla cattedra la propria autorevolezza, tenendo le doverose distanze coi suoi allievi, aprire il registro, interrogare, giudicare, promuovere o bocciare. E ci deve essere una legge che lo aiuti nel compito difficile di ritrovare il proprio ruolo.
Naturalmente alla buona educazione, al rispetto delle regole, che sarebbero già di per sé un ottimo antidoto ai fenomeni di bullismo, la riorganizzazione della scuola è decisiva affinché l’autorevolezza dell’insegnante possa essere tutelata attraverso la verifica delle sue effettive competenze e capacità didattiche. Insomma, il reclutamento degli insegnanti va sburocratizzato e desindacalizzato per poter finalmente premiare il merito. E poi gli stipendi. Difficile (certo ancora possibile) farsi rispettare con stipendi da fame.