Rai, le bugie diventano verità

La tecnica, da Santoro a Floris, è ormai consolidata: il falso si mescola al reale per suggestionare lo spettatore. <strong><a href="/interni/o_vieni_via_me_oppure_vai_diavolo/25-11-2010/articolo-id=489366-page=0-comments=1">O vieni via con me oppure vai al diavolo</a></strong> / Feltri

Roma - È una tecnica che il centrodestra (apprendista stregone nel condizionamento da infotainment) farebbe bene a studiare perché, per quanto faziosa, o «mistificatoria» come accusa il Cavaliere, è senza dubbio efficace. C’è del metodo nella mistificazione, c’è della maestria vera perché tutto si regge sull’uso, magistrale appunto, di elementi organizzati e giustapposti in modo da suggestionare il pubblico e instillare un’opinione in chi ascolta, senza però - e qui sta l’arte - apparire di parte, almeno ad uno sguardo impreparato. Anzi, facendo apparire parziale e scorretta un’eventuale protesta, magari telefonica, magari col premier dall’altra parte della cornetta. Siamo all’equivalente televisivo dell’informazione alla Repubblica, cioè profondamente faziosa ma superficialmente scientifica, perciò subdola.

Non è la prima volta che Berlusconi chiama in diretta Ballarò, anzi è la seconda in pochi mesi. Non si spiega solo con l’esuberanza istituzionale, diciamo così, del premier, non è sufficiente. C’è qualcosa che, da spettatore (piuttosto preparato sul mezzo televisivo) e accusato, lo manda in bestia. Ed è la tecnica con cui sono assemblati e ordinati, in una scaletta ad hoc, gli ingredienti della puntata: dai servizi, ai sondaggi, agli interventi degli ospiti, ai siparietti umoristici del comico o del vignettista di contorno. Non è uno specifico di Ballarò, è un’arte che conoscono bene anche altri «maestri» di informazione tv, come Santoro, o Lerner, o Fazio o (in modo un po’ diverso) la Gabanelli. La vera opposizione al centrodestra la fanno loro, perché padroneggiano il mezzo con cui si manipola l’opinione pubblica. Il falso si mescola al vero in modo sottile, le immagini e il pathos visivo (in questo il numero uno è Santoro, ma Fazio sta scalando la vetta) fanno il resto, inglobando lo spettatore in un racconto che, così ben congegnato, appare anche vero.

Anche se non lo è affatto, e punta a trasformare la realtà in un’opinione, com’è successo col servizio sul premier e l’emergenza rifiuti a Ballarò dell’altra sera, falso nella cronologia di fatti e dichiarazioni. In televisione, insegnano i semiologi, la logica non è quella classica, perché l’ordine degli addendi cambia eccome il risultato. Se un sondaggio, serio quanto si vuole, viene lanciato immediatamente dopo un servizio che mira ad attribuire la responsabilità della spazzatura napoletana al governo, si crea un effetto di causa-effetto in chi guarda. Hanno fallito sui rifiuti, ed ecco che perdono consensi. Nel dibattito tra gli ospiti, poi, si usa una specie di «panino», cioè si fa parlare prima l’anti-Cav, poi si introduce una replica del pro-Cav che viene quindi demolita dal secondo anti-Cav o dall’eventuale servizio fazioso. In questo modo il contraddittorio è solo apparente e chi deve soccombere è destinato a farlo, qualunque siano le sue ragioni.

Nella macchina della mistificazione il falso è introdotto in modo felpato, per non annunciarsi come tale ma strisciare nelle coscienze indisturbato. Il mezzo più adatto per l’operazione è un prodotto preconfezionato, un servizio (alla Ballarò o alla Lerner) oppure un filmato più costruito (alla Santoro o alla Report) o addirittura una mini-fiction che simuli un interrogatorio o un’intercettazione telefonica e sfrutti così l’effetto teatrale degli attori (il copyright qui è ancora di Santoro). Dimostrare la falsità di un’affermazione è semplice, più difficile è svelare l’impianto falsificatorio di una fiction o di un racconto, soprattutto se il messaggio è tra il detto e il non detto. Esemplare, in questo, è stata l’inchiesta di Report sulla villa ad Antigua di Berlusconi, una bolla di sapone, ma architettata con destrezza. La domanda esplicita («da chi ha comprato quella casa il premier?») era palesemente ininfluente, dal momento che tutti i passaggi di denaro erano alla luce del sole. Ma c’è una finalità sotterranea e subliminale che si vuol far passare: buttare fumo, mescolando ville caraibiche, sospetti su società immobiliari e favoritismi internazionali, senza dire niente di preciso ma contando sull’effetto da «prova tv» del videoracconto. Un inganno, ma ben fatto.

È fondamentale anche il contesto audio-visivo. Le video-inchieste di Santoro hanno fatto scuola in questo senso. Lui per primo, maestro nel montaggio, sa che il telespettatore va stregato più che informato. Una volta ammaliato dalla tecnica cinematografica (lui ha scoperto quanto conta il commento sonoro, ingaggiando compositori come Daniel Bakalov e Nicola Piovani) le barriere critiche del telespettatore si abbassano, e allora si lavora meglio. Anche su argomenti ostici, come la mafia (stasera ancora su Ciancimino, Dell’Utri e Berlusconi). Epigono ma ben istruito è Fabio Fazio, che con Saviano ha costruito una liturgia televisiva che non accetta né prevede repliche. Un clone della «messa» domenicale, dice Aldo Grasso. Dove l’importante, appunto, è credere, non dubitare.