Rapinatore e assassino Ma il giudice lo lascia libero

VicenzaFu un mezzogiorno di fuoco e piombo. Tanto piombo, con pallottole che fischiavano impazzite in piazzetta Dal Maso, nel cuore di Chiampo, a pochi passi da una scuola, nel Vicentino. Era il 26 aprile 2005 e tre rapinatori stavano uscendo dalla filiale dell’Unicredit con un bottino di ventimila euro. Caso volle che, proprio in quel momento, passasse di lì un carabiniere, il maresciallo Nicolò Clemenza. Si scatenò l’inferno, col carabiniere preso in mezzo tra il fuoco dei banditi che uscivano dalla filiale e quello del complice che li aspettava a bordo di una Volvo. In piazza c’era tanta gente e solo un miracolo permise al maresciallo Clemenza e ai passanti di uscire indenni. I malviventi scapparono travolgendo una Fiat Marea e giunti a Roncà d’Adige, nel Veronese, scaricarono nel cortile di una scuola il cadavere di Luigi Quatela, 46 anni, già conosciuto per aver partecipato ad alcune incursioni con la Mala del Brenta di Felice Maniero. Il rapinatore fu l’unica vittima (a quanto risultò colpito dagli stessi complici) di quel mezzogiorno di fuoco che a Chiampo ricordano ancora come un incubo. In tutti questi anni le indagini dei carabinieri, coordinati dal pm Giorgio Falcone, sono state serrate. Alla fine gli uomini del tenente Graziano Ghinelli sono riusciti a ricostruire quanto accaduto con molta precisione, individuando i responsabili e inducendo così il magistrato a chiedere al gip Agatella Giuffrida la custodia cautelare in carcere dei responsabili. Complimenti agli investigatori per la tenacia e per i risultati ottenuti, peccato però che il gip abbia ritenuto che non ci fossero i presupposti per procedere all’arresto. E ha respinto la richiesta del Pm.
Cos’altro ci vuole per finire in galera? Non è una domanda giuridica, ovviamente, è solo la domanda che si fanno, per primi, i cittadini di Chiampo che quella mattina entrarono all’inferno ed ebbero, miracolosamente, la fortuna di uscirne. Le raffiche di kalashnikov graziarono i passanti e il maresciallo Clemenza ma chi premette il grilletto con l’intenzione di uccidere non dovrebbe essere a piede libero. Tuttavia il gip di Vicenza, codici alla mano, ha sì ritenuto corposi gli elementi raccolti dagli investigatori sul conto di tutti gli indagati, ma non ha accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere formulata dal Pm dal momento che, essendo passato tanto tempo e non potendo gli indagati inquinare le prove, non ce ne sarebbero gli estremi.
La Procura ha presentato appello al tribunale del Riesame di Venezia e lo scontro giuridico vivrà così una seconda puntata, come dire, vivace.
Dal punto di vista pratico, fortuna vuole che almeno due membri di quella banda siano già in carcere, arrestati nel frattempo per altri reati. Si tratta di Ercole Quatela, 47 anni di Tromello (Pavia), fratello del rapinatore morto, e Orazio Remo Pezzuto, 64 anni, di Cesate (Milano). Ancora uccel di bosco, invece, è Luigi Bestetti, 57 anni di Verbania, peraltro già condannato all'ergastolo dal Tribunale di Milano per un altro omicidio.
Le indagini dei militari hanno permesso di aggiungere altri due nomi, quelli dei vicentini Giorgio Fontana, 47 anni, e Luca Panozzo, 43 anni, che avrebbero fatto parte della banda con ruoli però marginali.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, a entrare in banca e a compiere materialmente la rapina furono i fratelli Quatela e Bestetti, mentre Pezzuto era rimasto fuori a fare il palo, vicino a una Volvo grigia rubata e poi usata per fuggire. La sparatoria che si scatenò fu tremenda, andarono in frantumi le vetrine dei negozi, molte auto parcheggiate furono danneggiate e un proiettile colpì al cuore Luigi Quatela, scaricato dai banditi a Roncà d’Adige prima di proseguire nella fuga verso l’impunità. Ci sono voluti quattro anni e mezzo di scrupolose indagini prima di identificare i responsabili e di produrre le prove sufficienti per inchiodare i malviventi. Ne è convinto anche il gip vicentino, che però non ritiene necessario firmare la richiesta di custodia cautelare. Per essere ritenuti «meritevoli» della galera, evidentemente, avrebbero dovuto avere una mira migliore.