RAVASI & SOFRI Le convergenze parallele

Riflessioni a confronto tra un biblista e un non credente per dimostrare che fede e ragione sono vicine

Sono usciti contemporaneamente il Breviario laico (Mondadori, 404 pagine, 18,50 euro), di Gianfranco Ravasi, e Il miscredente. Adriano Sofri e la fede di un ateo (Piemme, 240 pagine, 12,90 euro), di Mario Lancisi. Il primo raccoglie 366 riflessioni di un biblista su altrettanti pensieri di laici, per dimostrare quanto ragione e fede possano essere vicini: il secondo arriva alla stessa conclusione. La tesi di fondo di entrambi i libri è che fra un non credente perbene e un credente perbene c'è poca distanza: «Se si mettono d'impegno ci può essere invece molta vicinanza», sostiene Sofri. E, proprio in questi giorni, un'altra non credente come Rita Levi Montalcini ha dichiarato in un’intervista a Barbara Palombelli: «Mi ritengo profondamente “credente” se per religione si intende credere nel bene e nel comportamento etico». La scienziata ha però aggiunto una distinzione fondamentale, per cui l’educazione laica ha «il grande merito di rendere gli individui responsabili dei propri comportamenti in forza di principi etici e non allo scopo di ottenere un compenso o sfuggire ad una punizione in una ipotetica vita ultraterrena». Sono d’accordo con lei nel riconoscere una sorta di superiorità morale in chi opera il bene o evita il male senza speranza o timore di premi o punizioni eterni.
D’altra parte sarebbe assurdo negare che il messaggio cristiano ha pervaso l'etica laica dell'Occidente. È proprio perché riconosco questa realtà pur non essendo credente, suppongo, che mi sottopongono volentieri saggi che mettono a confronto, in cerca di comunanze, pensatori laici in esplorazione della fede e religiosi aperti al mondo dei non credenti: come, di recente, l'intenso libro di Enzo Bianchi La differenza cristiana. Al quale però contestavo - e lo stesso vale per Ravasi - l'esistenza di un potere ecclesiastico (la Chiesa dei papi) che ancora influisce pesantemente nella vita di credenti e non credenti con decisioni gravi quanto opinabili: per esempio la proibizione di usare il preservativo anche soltanto per difendersi dalle malattie. È un esempio, molto concreto, di quanto un valore religioso possa distaccarsi da quelli etici, fino a far prevalere la salvezza dell’anima su quella della vita. Per dimostrare la bontà di Dio (e la propria apertura alle altre religioni), Ravasi prende spunto da un’antica parabola araba: Dio mise l'uomo in un giardino rigoglioso, annunciando però: «A ogni cattiveria che commetterete io lascerò un granello di sabbia in questa immensa oasi del mondo». Fu così che la Terra si riempì di deserti e Dio si chiese: «Ma perché mai le mie creature predilette si ostinano a rovinare la mia creazione con tanta leggerezza e superficialità?». A un non credente viene da rispondere: «E perché ci hai dato una vita fondata sulla catena alimentare, dove tutti devono mangiare tutti, per sopravvivere?».
Messi da parte aforismi, parabole e battute, il discorso è ben più complesso, come risulta dalle pagine di Ravasi e, tanto più, da quelle su Sofri: «Io sono ateo, ma non dispero. Guardo con grande affetto e rispetto al fatto che noi uomini abbiamo sentito il bisogno di Dio e ne abbiamo fatto un uso essenziale. E poi anche, purtroppo, una quantità di abusi. Oggi si possono vedere gli abusi, da qualunque religione discendono. Ma si può vedere anche quale buon uso si può fare della buona ragione per cui abbiamo avuto bisogno di Dio: del desiderio di fratellanza, di senso della misura».
Marco Boato, nell'introduzione al volume di Lancisi, sottolinea che Sofri non ha niente a che vedere con chi, in tempi di guerra di religione rinascente, adopera il Dio cristiano «soltanto» come un fattore di identità da contrapporre al pericolo musulmano. Ma non mi sembra così disdicevole, sul piano etico, un «uso» del Dio dei cristiani che tenda a contrastare altre religioni, tanto lontane dai principi etici dell'Occidente costruiti faticosamente nei secoli da cristiani credenti e cristiani non credenti. Altra cosa sono i cosiddetti «atei devoti» o quei teocon che vedono nella religione una specie di istrumentum Regni, un nuovo e antico modo di controllo del mondo e che in altri tempi avrebbero fatto i cardinali con amanti e figli. Neanche Sofri fa parte di questa categoria, quindi può respingere l’accusa di relativismo morale che viene spesso rivolta a chi non crede in una religione rivelata, convinto com’è che «la dichiarazione della indispensabilità della fede religiosa alla morale sia un'eredità di dogmatismo e di possibile intolleranza».
Un discorso destinato a durare fino alla fine dei secoli.
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