Ravasi: «Sull’eutanasia don Verzè ha sbagliato»

Stefania Vitulli

da Alba (Cuneo)

Eutanasia, fondamentalismo, identità religiosa, eugenetica, messa in latino, moralità, rapporto con il logos: per affrontare le grandi questioni su cui oggi si attende una risposta dalla Chiesa, per monsignor Gianfranco Ravasi, biblista ed ebraista, Prefetto della Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana, membro della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa e Pronotario apostolico, la parola chiave è «linguaggio». Soltanto con un linguaggio plasmato dalla riflessione e adeguato ai tempi è possibile recuperare il rapporto con i cattolici, con i credenti di altre religioni, con il mondo dei media: «All’interno della Chiesa bisogna riuscire a trovare un linguaggio comprensibile, che in questo momento non c’è. O si parla un linguaggio autoreferenziale, o siamo troppo sbarazzini. Bisogna calibrare la comunicazione. A partire dalla predica». Così monsignor Ravasi si è espresso ad Alba, dove lo abbiamo incontrato in occasione della sua premiazione come vincitore della quinta edizione del premio Grinzane Cavour-Alba Pompeia.
Il linguaggio, o il dialogo, è utilizzabile per combattere il pericolo fondamentalista?
«Semplificando, due sono le possibilità. O il dialogo o lo scontro. O il duetto o il duello. Duetto però vuol dire conservare le due voci in armonia. Si può riuscire a costruire un confronto basato sulla conoscenza delle diversità. Però l’identità propria va costruita e conservata, per ottenere risultati generazionali: la nuova generazione di fondamentalisti, che sono nati e vissuti qui, urlano meno e magari iniziano a mettere le scarpe occidentali. Si crea cioè osmosi. Lo scontro invece è voluto dal fondamentalista. Chi ha fatto conoscere le tesi di Huntington in Egitto? I fratelli musulmani, con gioia. Scontrarsi a duello sembra la via più efficace, ma sul lungo periodo vince il dialogo».
Nella motivazione del premio si parla della sua capacità di «analizzare la Bibbia, mettendone sempre in luce il rapporto con le richieste profonde dell’uomo d’oggi». La Bibbia è ancora il serbatoio di risposte fondamentali sulle grandi questioni morali?
«L’accostamento al testo biblico è culturalmente abbastanza assente nella nostra cultura. In ambiente ecclesiastico si è verificato un riavvicinamento dopo il Concilio Vaticano II, nel mondo laico si sta assistendo a un ritorno, soprattutto per ricordare che il testo biblico rimane una carta d’identità dell’occidente, un arsenale d’immagini, senza il quale non posso capire né l’arte, né la letteratura, né la società. Come diceva il regista laico Kieszlowski, ogni giorno violiamo il Decalogo ma ogni giorno questo rimane la nostra inesorabile matrice morale».
A questa matrice morale appartengono anche dichiarazioni anticonvenzionali come la confessione di don Verzé sull’eutanasia?
«Premetto che io critico questo atto. Si è trattato di un errore. Bisogna mettere in causa soltanto un’autorevolezza cosciente di una riflessione che si ha alle spalle e consapevole dell’eco che ha. Se il Papa o un’alta personalità della cultura fa una dichiarazione, dietro ad essa c’è tutto il suo retroterra e la sua elaborazione. Quando la fa Verzé non c’è niente, perché lui parla “così”. Bisogna combattere questo modo di strappare la battuta nella maniera più popolare possibile e tuttavia conservare la possibilità di indicare in maniera chiara e netta la direzione da seguire. Questo però non può farlo chi parla per avere un esito dal circo massmediatico. Le faccio un esempio concreto: in questo momento, alternativa alla visione cattolica sull’eutanasia, c’è la posizione di Umberto Veronesi. Il quale ha opinioni discutibili, che hanno però alle spalle una visione del mondo e chi lo ascolta lo fa per questo, come quando parla il Papa. Ci deve essere la possibilità di far ragionare la gente e soprattutto essere chiari sull’identità di chi sta parlando».
Però chi ha visto in tv don Verzé ha visto un prete. L’identità, il ruolo, erano chiari.
«Questo è uno degli elementi perversi della comunicazione attuale. La comunicazione televisiva ha introdotto tra le tante perversioni anche questa: mostrare chi parla più forte e in maniera più incisiva. Come quando i preti andavano ospiti negli spettacoli televisivi ad “esagerare”. La battaglia da fare è quella di contrastare sempre, sui grandi problemi, la via della risposta immediata, gli schemi che non ricostruiscano l’insieme. Abbiamo perso la capacità di ragionare. Si procede per slogan».
Ma in una situazione di emergenza come questa a volte non rimane il tempo di ricostruire il contesto.
«E allora si procede con i luoghi comuni. Ma il problema rimane: non è sufficiente creare leggi che dicano alla persona, ad esempio nel caso dell’eutanasia, puoi o non puoi farlo. La superficialità non va mai cavalcata, nemmeno da posizioni di minoranza. Su questo, l’atteggiamento di Benedetto XVI di riportare al centro del cristianesimo - che è altro, perché il cristianesimo è altro: è amore e trascendenza - il logos è significativo: normalmente, a partire dalla scuola, bisogna, come diceva Pascal, lavorare a pensare bene».
È in atto un percorso preciso da parte della Chiesa per un recupero dell’identità di fede?
«Viviamo il tempo dell’amoralità. Fino a qualche anno fa l’atteggiamento era: “Seminiamo e qualcosa resterà”. Oggi il seme si disperde, l'operazione che si sta facendo è fendere la nebbia dell’amoralità con luci forti. Non tanto per combattere i fondamentalisti, ma per irrompere a proclamare i veri valori. Non è più tempo soltanto di verità penultime, come l’impegno sociale, ma di annunciare le verità ultime, capitali, decisive e discriminanti: vita e morte, bene e male, giusto e ingiusto, amore e sesso. In questi casi qualche volta anche l’urlato, l’uscita con la punta, per tagliare la mucillagine, è fondamentale. Cosa che non si fa, nemmeno all’interno della Chiesa stessa. Il rischio è sempre che la nebbia ci avvolga».