Il re Mida di Wall Street che consigliava i potenti truffando ricchi e poveri

Era l’unico finanziere al mondo che poteva permettersi di non cercare clienti, perché erano loro a bussare alla sua porta. Anzi, a supplicare un amico o un conoscente di aprirgli le porte dell’Eldorado. Perché Bernard Madoff era l’uomo dal rendimento assicurato, oltre il dieci per cento all’anno, in qualunque condizione di mercato. Crash dell’87? Crisi asiatica? Scoppio della bolla di Internet? I suoi fondi non soffrivano mai e conoscevano una sola direzione: verso l’alto. Dicevano, i bene introdotti, che Madoff aveva un fiuto straordinario. Lo descrivevano come un uomo di grande fascino e un po’ misterioso; una reputazione che lui, sapientemente, alimentava.
Inutile chiedere di lui nei salotti chic di Manhattan o di Palm Beach, dove possedeva una villa di sogno. Lui non li ha mai frequentati. Preferiva ricevere a casa o accettare gli inviti di pochi, fidati amici, dai quali però restava solitamente poco. Grande affabulatore, riusciva a sedurre i clienti in meno di un’ora. E usava la stessa tattica nei suoi lussuosissimi uffici di New York. Appariva improvvisamente e, alla stregua di un moderno Mago Oz, stregava i presenti, con il suo volto perbene, due occhi da buono e un sorriso rassicurante. Condiva le sue previsioni, sempre ottimistiche, sull’andamento dei suoi hedge fund con qualche citazione dotta, non dimenticando di ricordare le sue opere di bene ovvero i tanti milioni di dollari donati a enti caritatevoli ebraici. Lasciava intendere di volere un mondo migliore, pulito, finalmente onesto. Poi se ne andava lasciando ai suoi assistenti il compito di incassare.
E che clienti: molti erano ebrei, come lui. Ma non solo, l’elenco dei truffati eccellenti è lunghissimo. Uomini d’affari, industriali, giornalisti come Larry King della Cnn, registi come Steven Spielberg, persino quegli enti di beneficenza che sovvenzionava e che finivano per affidargli la liquidità da investire. In Israele lo consideravano «il Treasury-bond ebraico» ovvero colui che garantiva investimenti sicuri e senza rischi come i Buoni del Tesoro americani.
Non sapevano, non immaginavano la verità; perché nessuno (o quasi) sospettava che quelle rendite da sogno non erano il risultato di investimenti eternamente azzeccati, ma di una truffa antichissima, quella di Ponzi, dal nome del magliaro italiano che la inventò negli anni Venti e che si basa su un concetto semplicissimo: attrarre i primi clienti promettendo rendimenti altissimi e usare le nuove sottoscrizioni per distribuire utili di investimenti in realtà inesistenti. Lo schema regge fino a quando gli investitori, non riscattano le quote. E nel caso di Madoff ha retto a lungo: una trentina d’anni, con cifre da capogiro: 50 miliardi di dollari.
Bravo Madoff e anche assai furbo. Iniziò a New York negli anni Sessanta aprendo una piccola società di brokeraggio su titoli secondari. Ci sapeva fare, ma per accumulare utili usava metodi che Wall Street considerava poco ortodossi, sebbene legali. Fu in quegli che capì quanto importante fosse avere buoni rapporti con i controllori. Iniziò a frequentare i capi degli organismi di sorveglianza, scongiurando così verifiche compromettenti. Un’abitudine che non ha mai perso. I suoi collaboratori hanno svelato che Madoff, a partire dagli anni Ottanta, passava molto tempo a Washington, dove, senza dare nell’occhio, era diventato un lobbista influente e addirittura ricercato. Già, perché il governo, le commissioni parlamentari e addirittura la Sec, il massimo organismo di controllo di Borsa sollecitavano in continuazione il suo parere. Era o no il finanziere che in pubblico, con toni da crociato, invocava regole giuste in difesa dei piccoli investitori? Talmente rispettabile da meritare, negli anni Novanta, la presidenza del Nasdaq.
Non a caso, quando nel 2005 un concorrente, Harry Markopolous, presentò denuncia alla Sec, dimostrando che gli investimenti di Madoff erano ingannevoli, l’inchiesta si concluse con un verdetto lapidario: «Nessuna evidenza di frode».
Intelligente, diabolico, enigmatico. Aveva una sola passione: gli orologi vintage di platino e d’oro, che al mattino si dilettava ad abbinare con il colore delle tre fedi nuziali. Tre fedi, ma una sola moglie, Ruth, a cui è rimasto fedele. Non gli si conoscevano eccentricità, se non per la pulizia. Non tollerava che i suoi collaboratori lasciassero in disordine le scrivanie e bastava una carta fuori posto per renderlo furioso. Pretendeva che i pavimenti fossero sempre splendenti. Tutto doveva sembrare perfetto. Era il mondo di Madoff, così finto da sembrare vero.
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