Re della sceneggiata, signore del canto La vecchia Napoli rimane senza voce

Mario Merola è morto ieri alle 21.30 all’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia dov’era ricoverato da martedì scorso nel reparto di rianimazione. Aveva 72 anni e soffriva di disturbi cardiaci: le sue condizioni si erano aggravate nel tardo pomeriggio e a nulla sono serviti gli ultimi tentativi per salvarlo. Poco dopo la sua morte, tanta gente è accorsa in lacrime a Castellammare. La camera ardente sarà allestita nella Cappella dell’ospedale San Leonardo Un pezzo del cuore della Napoli popolare s’è spezzato. È morto Mario Merola, il re della sceneggiata napoletana. Aveva 72 anni e oltre mezzo secolo di carriera artistica alle spalle. Nato in un «basso» nel cuore della città, già ventenne si scopre cantante. Lavora al porto come scaricatore e i suoi colleghi lo sentono spesso canticchiare pezzi della tradizione partenopea. Così, a furor di popolo, incide il suo primo disco Malu figlio (Cattivo figlio), dove il protagonista è un giovane tiratardi amante del biliardo e della vita notturna. In un baleno vengono vendute cinquemila copie del suo primo 45 giri. Un trionfo per il giovane dal faccione bonario e dalla generosità sempre pronta. I suoi primi fan sono i portuali che lo eleggono subito loro beniamino. Da quel momento è una progressiva scalata al successo. In pochi anni diventa l’incontrastato re della sceneggiata, un genere teatrale che Merola ha portato in tutto il mondo. E che vede da sempre tre inossidabili capisaldi: Essa (lei), Isso (lui) e ’O malamente (il cattivo). E Merola non poteva mancare di essere il buono che, per salvare il suo onore, uccideva ’O malamente, tra un mare di applausi. Per più di trent’anni, dunque, dire sceneggiata ha voluto dire Mario Merola. Se ne accorsero anche i critici teatrali che storcendo il naso assistettero nel 1965 al suo debutto. Un’ovazione di popolo e una valanga di quattrini travolsero Merola con lo spettacolo ’A ciurara (La fioraia). Tra i suoi successi più clamorosi spicca ’O zappatore, sceneggiata strappalacrime da tutto esaurito messa in scena nei teatri di mezzo mondo che lo portò in trionfo persino a Milano, dove il suo inimitabile dialetto napoletano male si conciliava con quello meneghino. Così inanellando successi ha cantato in Vaticano, alla Casa Bianca e nei migliori teatri degli Stati Uniti, dove accorrevano in massa emigranti entusiasti. Una carriera teatrale intervallata col cinema. Ben venti film, ha interpretato «Mario», come amavano chiamarlo i fan che lo seguivano nelle sue tournée. Film, naturalmente, da record d’incassi. Come Napoli... serenata calibro 9, L’ultimo guappo, Da Corleone a Brooklyn. Tutte storie d’onore e d’amore per famiglia, dove spesso si raccontavano i travagli interiori di padri e figli. Luoghi comuni mescolati a grandi verità. Il suo difetto? Una sfrenata, irrefrenabile passione per il gioco. Tanto irrefrenabile da costringerlo a pesanti debiti e che gli procurò guai con la giustizia. Fu più volte accusato di collusioni con la camorra. Accuse puntualmente smentite da successivi accertamenti giudiziari. Nel 1989 la sua partecipazione al Festival dell’Unità di Pistoia arrivò a dividere il Partito comunista locale. Due fazioni dell’ex Pci polemizzarono tra loro durante la manifestazione. Da una parte gli applausi degli appassionati delle eterne melodie napoletane, dall’altra irriducibili detrattori che contestavano il passato burrascoso del cantante. Ma tra chiusure di stand, fischi e applausi, vinse lui, il papà della canzone popolare partenopea. Nel 1995, poi, aveva ottenuto un buon successo con il ritorno alla grande come ’O zappatore e recitando al Teatro Sannazzaro in Napoli 1944, un musical con la regia di Rino Marcelli, nato da un’idea della spumeggiante Luisa Conte. Al Festival di Sanremo del 2000, edizione Fabio Fazio, Bono Vox degli U2 scese dal palco durante l’esecuzione di One e si avventurò, seguito dalle telecamere, in platea fermandosi a salutare il re della sceneggiata. Spiegando, lui rockstar globale, che Merola «è un tipo cool». Poi arrivarono altre tournée canore e teatrali. Con lui scompare un pezzo della tradizione della Napoli popolare. Da oggi, la voce dei «bassi» napoletani sarà più triste.