Da Reagan a Bush: così è nato il mito del «Maestro»

Nominato nel 1987, dovette subito affrontare il crollo della Borsa Usa e più tardi la fine della New Economy

Rodolfo Parietti

da Milano

«La politica monetaria deve essere gestita da uomini, non da macchine». Uno dei principali tratti caratteriali di Alan Greenspan è racchiuso in questa frase, il cui intento non è quello di umanizzare ciò che all’esterno può apparire freddo e meccanico, ma piuttosto di ricordare quanto siano importanti l’autonomia decisionale e la flessibilità operativa. Che sia stato davvero un Mago, un Oracolo o un Maestro come è stato spesso ricordato con profusione di maiuscole, importa in fondo poco. Perché al tirar delle somme, Greenspan è stato soprattutto un uomo che ha pensato sempre con la propria testa.
Anche sbagliando, certo. Ma il bilancio di oltre 18 anni passati al vertice della Fed, dove venne collocato nell’agosto 1987 dall’allora presidente americano Ronald Reagan in sostituzione di Paul Volcker, non può essere che positivo. L’era Greenspan è stata contrappuntata da prolungati periodi di prosperità economica e da momenti di profonda depressione, il primo dei quali - reso celebre dal crollo di Wall Street nell’ottobre ’87, con 508 punti bruciati in una sola seduta - rappresentò per il fresco banchiere centrale un autentico battesimo del fuoco. Ma allora come in seguito, Greenspan ha sempre dato l’idea di saper padroneggiare la macchina che gli era stata affidata, mostrando grande senso del ritmo nelle decisioni di politica monetaria.
Lui, del resto, è un musicista mancato, avendo studiato per due anni alla Julliard School, celeberrimo conservatorio di New York, città in cui è nato il 6 marzo del 1926. Sassofono, clarinetto, jazz e spartiti necessitano di un controllato rigore anche quando si improvvisa: è ciò che Greenspan ha fatto una volta arrivato a Eccles Building, il quartier generale della banca centrale Usa. Alle spalle, l’esperienza di un anno da zingaro-musicante con la Henry Jerome Band, la laurea con lode in Economia, l’attività di consulente finanziario alla Townsend-Greenspan (di cui sarà presidente fino agli anni Ottanta) e anche una collaborazione dal 1967 al ’74 come consigliere economico di Gerard Ford.
Conoscenza dei meccanismi finanziari e politici, dunque, unita a una capacità di comunicare piuttosto inusuale per i tradizionali canoni di riservatezza della Fed. Greenspan ha introdotto un livello di confronto nuovo, trasparente. Soprattutto un linguaggio diretto, quasi mai criptico. Brutale, se necessario. Come quando - era il ’98 - arringò i mercati, accusati di «esuberanza irrazionale». L’America veniva dal periodo aureo dell’amministrazione Clinton: tasso di disoccupazione mai così basso negli ultimi 24 anni, fiducia dei consumatori alle stelle e inflazione ai livelli di 11 anni prima. Il migliore dei mondi possibili? Non proprio. La bolla prodotta dalla new economy, infatti, non tardò a scoppiare. Poi venne l’«avidità contagiosa» che portò agli scandali finanziari e la pagina terribile dell’11 settembre 2001, con il taglio immediato del costo del denaro, primo di una serie di ribassi che schiacciarono i tassi all’1% e aiutarono l’America a rialzare testa. Quindi, la fine della politica accomodante e gli 11 rialzi consecutivi orchestrati da Greenspan. Adesso, tocca a Bernanke.