Il realismo di «Atlantide» contro i pessimismi

Nel novembre scorso fu la volta dell’Economist, due giorni fa è stata la volta della Goldman Sachs. Il settimanale britannico dedicò, come tutti ricorderanno, un inserto all’Italia e alla sua economia, «Addio, Dolce Vita», dove - in sostanza - criticava tutto e tutti e si sosteneva l’impossibilità per il nostro Paese di essere artefice di uno sviluppo economico importante. La banca d’affari, con una approssimazione degna della discussione di un bar, sostiene che l’Italia è, ormai, solo un Paese di cibo e calcio. Poco da dire sulla seconda. Di più sulla prima.
Ci aiuta l’ultimo numero della rivista Atlantide, un trimestrale della Fondazione della Sussidiarietà e che ha per titolo «Oltre l’Economist. Meritevoli perché capaci».
Il numero illustra bene ciò che c’è e ciò che manca e indica anche dove trovare quest’ultimo. La realtà economica italiana che emerge dalla rivista offre una quadro di eccellenze: nella ricerca, nelle capacità di innovazione, nella creatività dei prodotti, nelle quote di mercato che vedono comparti e imprese italiane ai primi posti. Basterebbe pensare al dimenticato settore della componentistica automobilistica sopravvissuta anche alla crisi della Fiat e a quello delle macchine utensili che hanno resistito nonostante la Cina. Detto questo, molte di queste presenze hanno bisogno di essere proiettate verso il futuro più di quanto non lo siano, più di quanto non si faccia.
E qui sta il problema vero, non se riferito alla presunta, ma falsa, potenzialità economica del Paese, dei suoi imprenditori, ma alla difficoltà di un Paese che - come è scritto nell’editoriale che apre il numero - è più impegnato, in molte sue parti, a garantirsi il passato piuttosto che il futuro e che bloccano le risorse che ci sono.
Il discorso della rivista si concentra attorno a un focus, quello della sussidiarietà come principio in grado di riordinare i rapporti tra società e Stato, tra economia e Stato, tra fisco e cittadini, tra Stato e mondo della ricerca e dell’innovazione.
Il merito è legato all’assunzione del rischio. Ma per poter rischiare sul futuro, la società e le imprese devono essere messe nelle condizioni concrete per poterlo fare. Occorre liberare queste energie in modo radicale e solo l’applicazione di un principio capace di ridare primato all’economia e alla società sullo Stato può rappresentare la strada giusta per poter ottenere dei risultati.
Centrale anche il richiamo alla persona e alle sue capacità, soprattutto nel campo economico. Questo richiamo è tanto giusto quanto attuale in un momento in cui le pubblicazioni sull’economia del nostro Paese mettono in pista riflessioni di tutti i tipi salvo quella - fondamentale - che riguarda la figura dell’imprenditore. È coraggioso sostenere che, alla fine, la nascita degli imprenditori può essere favorita, può essere stimolata, può essere aiutata ma niente di più. Lo spirito imprenditoriale, quello che consiste nell’assunzione del rischio chiede una educazione al rischio e alla responsabilità che nell'Italia non manca ma che, spesso, il clima culturale anti industriale - tuttora largamente presente - non ha favorito.
L’applicazione del principio di sussidiarietà può aiutare a muoversi in questa direzione.