REFERENDUM

Il comportamento di Romano Prodi sulla riforma della Costituzione sottoposta al voto del 25 e 26 giugno è davvero singolare. Dopo le elezioni Prodi si è comportato come se la riforma della CdL fosse già in vigore: la sera del 10 aprile si è autoproclamato vincitore sulla base del risultato della sola Camera dei deputati (come se il Senato - di cui in quel momento non si conosceva ancora l'esito elettorale complessivo - non dovesse più dare la fiducia al governo), pretendeva di ricevere l'incarico di formare il governo da parte del precedente Capo dello Stato (come se il nuovo Presidente della Repubblica non avesse più titolo ad esercitare le prerogative sulla formazione dell'esecutivo previste dal vigente articolo 92 della Costituzione), ora pretende che spetti al governo decidere da Palazzo Chigi l'agenda dei lavori del Parlamento, infine vorrebbe che in caso di crisi del proprio governo si sciogliessero immediatamente le Camere (un'arma deterrente per cercare di compattare la propria maggioranza eterogenea). Tutte regole che non sono scritte nella Costituzione del 1948, ma che sono introdotte dalla riforma della CdL, alla stregua di quanto previsto nelle maggiori democrazie parlamentari (e di quanto proponeva lo stesso Ulivo nel 1996). D'altra parte, però, Prodi, insieme a Scalfaro, e a nome del governo, contesta la riforma della CdL accusandola di realizzare una «dittatura del premier». Insomma, Prodi pretende per sé, in via di fatto, regole non previste dalla Carta del 1948, ma nello stesso tempo contesta la riforma della CdL che vuole introdurre quelle stesse regole in via di diritto. Questo è davvero intollerabile. Le contraddizioni di Prodi arrivano addirittura al grottesco (e anche al masochismo) se si pensa che nel programma presentato agli elettori Prodi ha proposto (pagina 13) il meccanismo della sfiducia costruttiva senza alcun limite per quanto riguarda la possibilità di cambiare non solo il premier ma anche la maggioranza scelta dagli elettori. Vale a dire, ha proposto un meccanismo che legalizza i ribaltoni, come se lui stesso non fosse già stato vittima nel 1998 di un ribaltone e non ne rischi un altro in questa legislatura.
Ma sono tante le contraddizioni e le bugie diffuse ad arte da Prodi e dal centrosinistra per disinformare i cittadini e, in particolare, quella parte significativa del proprio elettorato che non è animata dal più ottuso conservatorismo istituzionale e che è favorevole a riformare la vecchia Carta del '48. Due bugie sono particolarmente eclatanti. La prima è quella che la riforma «spacca l'unità dell'Italia». Una vera e propria fandonia. A provocare guasti enormi all'ordinamento è stata proprio la «devolution» approvata nel 2001 dal solo centrosinistra, una modifica costituzionale che ha moltiplicato i conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali creando un federalismo rissoso e confuso, che ha aumentato i costi e l'inefficienza delle istituzioni, che ha addirittura soppresso dalla Costituzione il principio della tutela dell'interesse nazionale e ha sottratto allo Stato, attribuendole alla competenza concorrente delle Regioni, materie come l'energia e grandi infrastrutture, con il rischio di paralisi in settori vitali per lo sviluppo del Paese. Al riguardo è emblematico quanto ha testualmente affermato un costituzionalista dello stesso centrosinistra come Augusto Barbera: «È paradossale ma bisogna riconoscere che è toccato ad un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l'unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell'Ulivo». Dunque, la patria non è messa in pericolo, ma salvata dalla riforma.
La seconda bugia è l'accusa alla CdL di aver realizzato la riforma da sola, senza coinvolgere il centrosinistra. Anche in questo caso l'accusa è del tutto destituita di fondamento. Nella scorsa legislatura la Casa delle Libertà - diversamente dal centrosinistra che approvò da sola la modifica del Titolo V - avrebbe voluto scrivere la riforma insieme all'opposizione. Ma è stato il centrosinistra a rifiutarsi e ad impedirlo, nonostante che la CdL avesse scelto il modello di governo preferito dal centrosinistra (il premierato). Al riguardo posso rivelare un retroscena particolarmente significativo, con il conforto degli atti parlamentari. Un anno prima dell'elaborazione del testo della riforma a Lorenzago, al Senato ci fu un tentativo di intesa bipartisan per modificare la forma di governo. Mentre il senatore Ds Giorgio Tonini, supportato dal costituzionalista Ceccanti, presentò un disegno di legge (n. 1662) che ricalcava il testo Salvi della Commissione bicamerale, il senatore azzurro Lucio Malan, supportato dal sottoscritto, presentò un altro disegno di legge molto simile (n. 1889). Il Presidente del Senato Pera, constatando la vicinanza dei due testi, ne favorì subito la discussione nella Commissione affari costituzionali. Tonini ebbe anche l'adesione del senatore Amato. Ma fu proprio a questo punto che la massa conservatrice del centrosinistra, capeggiata da Bassanini, si scatenò contro i due disegni di legge impedendo ogni possibilità di intesa.
Un altro episodio è anch'esso rivelatore. Quando la riforma costituzionale arrivò alla Camera dei deputati e i gruppi dei Ds e della Margherita cercarono di dare un segnale di disponibilità al confronto astenendosi sul primo articolo che riguardava una norma da tutti condivisa (il Senato federale) intervenne subito Prodi e impose a tutto il centrosinistra di votare sempre e comunque no, anche sugli emendamenti identici. Prodi e il centrosinistra hanno rifiutato il confronto di merito con la CdL per due ragioni: in primo luogo perché sono divisi al proprio interno ed entrando nel merito si sarebbero ulteriormente spaccati; in secondo luogo perché contestano la riforma non tanto o non solo per il suo contenuto ma per chi la propone, cioè contestano alle forze della Casa delle Libertà, percepite come estranee alle tradizioni politico-culturali (legittimatesi con la Resistenza) che hanno dato vita alla Carta del '48, il diritto di modificare la Costituzione.
Il centrosinistra contesta la riforma della CdL, ma non ha un'altra proposta di riforma da proporre (ogni partito e fazione che lo compone dice cose diverse). Sanno solo dire di No, di fatto vogliono conservare e imbalsamare la Carta del '48, impedendo all'Italia di dotarsi di istituzioni moderne ed efficienti per competere in condizioni di parità con le altre democrazie.
Se vincerà il No le spinte conservatrici prevarranno e sarà la pietra tombale di qualsiasi possibilità di riforma. Solo se vincerà il Sì verranno confermati gli ottimi principi ispiratori della riforma (premier scelto dagli elettori senza più ribaltoni, riduzione del numero dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto e ripetitivo, federalismo equilibrato, responsabile e solidale). Solo se vincerà il Sì si potrà arrivare ad una riforma della Costituzione condivisa dalle maggiori forze parlamentari anche migliorando alcuni aspetti tecnici che richiedono una revisione del testo approvato lo scorso anno dal Parlamento.
Non sprechiamo la grande occasione per cambiare e modernizzare la Costituzione che ci viene offerta il 25 e 26 giugno. Andiamo tutti a votare e votiamo convintamente Sì. È in gioco il futuro dell'Italia, il futuro di tutti noi.