Reflusso e depressione: quando lo stomaco brucia, anche il cervello cuoce

Il disturbo attanaglia più o meno gravemente dodici milioni di italiani. Di questi, uno su quattro «perde la testa», non riesce più a lavorare e a fare sport, cambia persino abbigliamento

Quando lo stomaco prende fuoco, anche il cervello in qualche maniera va in fiamme: infatti sono più di tre milioni in Italia i «frustrati del reflusso». Persone avvilite, scoraggiate e depresse a causa delle rinunce che il proprio stomaco impone nell'alimentazione, nelle attività sportive e perfino nell'abbigliamento. Questo almeno è quanto emerge dalla ricerca dal titolo «Reflusso, dimmi come soffri e ti dirò che stomaco hai», che ha individuato cinque differenti tipologie di reazioni a un disturbo che colpisce ben dodici milioni di connazionali.
Lo studio ha diviso i pazienti in diverse categorie. Ai classici «frustrati del reflusso», il 27% del totale, soprattutto donne e giovani e soprattutto abitanti nel nordest, si affiancano gli «interventisti» (25%) e le «grandi vittime» (16%): i primi sono pronti a qualsiasi soluzione pur di superare in fretta il bruciore di stomaco, mentre i secondi, in genere meridionali e di fascia alta di reddito e di istruzione, si sentono quasi annientati dal problema. C'è poi oltre un terzo di malati che non si cura e non assume farmaci: sono gli «stoici» (10%), che aspettano che il bruciore passi da solo, e i «diffidenti» (21%), che tendono a sottovalutare il disturbo e si affidano soprattutto a rimedi casalinghi, non credendo nell'efficacia delle medicine.
Tutte pessime soluzioni. «La pirosi gastrica è una pessima compagna di vita - commenta infatti il professor Vincenzo Savarino, ordinario di Gastroenterologia presso l'università di Genova - e non mi sorprende che la maggioranza dei pazienti si senta frustrata. Rinunciare ad andare al ristorante, a praticare sport come per esempio la corsa, non riuscire a concentrarsi nel proprio lavoro, sono solo alcuni dei problemi che il cosiddetto bruciore di stomaco comporta. A peggiorare la situazione può poi intervenire anche uno stile di vita sfidante: è ad esempio il caso di quelli che abbiamo definito grandi vittime, individui prevalentemente in età lavorativa, impegnati in attività a elevato contenuto professionale e sottoposti a una forte tensione e stress».