«Le Regioni sprecano per incassare più soldi»

«Gli enti gonfiano i budget di spesa a danno dello Stato, col federalismo fiscale servirà più trasparenza ed efficienza»

Antonio Belotti

Si fa presto a dire autonomia, si fa presto a dire federalismo: per verificare quanta sostanza sta dietro la vetrina degli slogan bisogna dare una sbirciatina ai bilanci, bisogna vedere per quanto le Regioni possono realmente contare su soldi loro e per quanta parte dipendono e dipenderanno da Roma. La partita si decide insomma sull’alternativa finanza propria-finanza derivata.
Uno che dei giocattoli della politica non si fida prima di averli sezionati per bene è Giancarlo Pagliarini, ministro del Bilancio nel Berlusconi primo per la Lega, parlamentare e osservatore disincantato della politica economica nazionale.
«Con la devolution si annuncia il federalismo fiscale ma l'Italia - sottolinea Pagliarini - non è una Repubblica federale (purtroppo, aggiunge) ragion per cui è tecnicamente impropria la qualifica riferita al fisco e a ben vedere al nuovo Senato. Ma questo è il messaggio, questa è la direzione cui si rivolgono le nostre speranze. Noi adesso dobbiamo lavorare nel solco della nuova Costituzione che attribuisce sovranità finanziaria a Regioni, Province e Comuni. Il principio insomma stabilisce che Regioni ed Enti locali possono in materia far quel che vogliono». Però fisco autonomo non significa di per sé più efficiente... «Lo Stato centrale ha dei grandi tributi erariali: sono sacrosanti, ci sono e rimangono. La Costituzione prevede che Regioni ed enti locali abbiano una compartecipazione a questi tributi. Quel che è fondamentale è la trasparenza, che ci siano i conti chiari Regione per Regione». E quindi bisognerebbe rafforzare il ruolo della Corte dei Conti, o no? «No, non necessariamente. La Corte faccia pure il suo lavoro, meglio lo fa meglio è per tutti. Il problema è nel sistema che permette sprechi da parte di Regioni e Comuni i quali spendono soldi trasferiti loro dallo Stato. Se lo Stato mi dà cento debbo spendere tutto, altrimenti l’anno dopo incasso meno. La soluzione è che ognuno spenda soldi suoi, raccolti con tributi propri. Allora il cittadino può valutare e confrontare l’operato della sua Regione con quello della Regione vicina. La spesa va correlata alla tassazione, all'incasso». E qui un po’ tutti fan riferimento alle imposte indirette e non all’Irpef. Ma la vecchia imposta di famiglia abolita con la riforma del 1973 non aveva una sua specifica efficienza nel consentire agli amministratori comunali di bussare a soldi casa per casa? «A me quel sistema piaceva moltissimo. L’articolo 119 della Costituzione dice una cosa forte, dice che la solidarietà si fa a favore dei Comuni che hanno una minore capacità fiscale. Ragazzi, ho detto in aula, ci rendiamo conto che con questo testo un sindaco chiama i cittadini sulla piazza e dice: evadete, in modo che avendo minore capacità fiscale lo Stato ci aiuta? Se invece pagate le tasse lo Stato non ci aiuta più. E così abbiamo un testo costituzionale che incita all’evasione». Anche negli anni ’70 molti Comuni col bilancio in pareggio lo mandarono in rosso non appena si affacciò il criterio di riparto di fondi da parte dello Stato in base alla spesa storica. «Sì, quella norma fu una c...a immonda perché manca il concetto dello Zbb (zero base budget), di quello che si fa in tutte le aziende, vale a dire che non si deve guardare a quello che si è speso l’anno precedente ma si costruisce il proprio budget valutando le singole esigenze, ripartendo insomma daccapo. Ma se uno deve fare il suo budget per prendere soldi da un altro lo gonfia come un matto, mentre se ha responsabilità fiscale è portato a fare le cose per bene. Ecco perché è fondamentale trasferire questa responsabilità fiscale dallo Stato agli enti locali. In Spagna si sta discutendo il nuovo statuto della Catalogna che attribuisce alla Regione l’intera responsabilità fiscale (imposte dirette e indirette), con impegno a trasferire a Madrid una determinata quota dei proventi. Così si dovrebbe fare anche da noi, creando in ogni Regione un comitato per la fiscalità e l’economia incaricato di gestire i rapporti economici con lo Stato. Ogni legge genera o più efficienza o redistribuzione della ricchezza. Il federalismo fiscale deve generare più efficienza contrastando l’evasione fiscale, l’indebitamento scriteriato, i mantenuti di professione, le situazioni in cui non hai stimoli a darti da fare perché tanto i quattrini arrivano lo stesso. Bisogna tener presente che con l’aumento pazzesco della competitività nel mondo una regione come la Lombardia non può più essere privata di gran parte delle sue risorse perché così muore invece di essere competitiva. In Lombardia, come riporta lo studio sulla regionalizzazione del sistema pensionistico curato dal sottosegretario Brambilla, a fronte di cento euro incassati dai pensionati ce ne sono 99 di contributi versati. Lo Stato quindi integra per l’un per cento. In Veneto addirittura si incassano 100 euro di pensioni per 102 di contributi; invece Sicilia, Campania e Puglia assorbono complessivamente a titolo di integrazione dallo Stato 16 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra ci costruisci ogni dodici mesi dieci autostrade Bre.Be.Mi. (Brescia-Bergamo-Milano, ndr). Con questo drenaggio di risorse il sistema Paese manca di fondi per fare ricerca, sviluppo e nuove tecnologie e quindi perde competitività. Se c’è trasparenza e queste situazioni sono chiare, allora si mette a punto un progetto di graduale riassetto».
Ma questi guasti del centralismo statale non sono ripetuti a livello regionale, con strutture amministrative pletoriche e sprechi ampiamente documentati? «Questo succede perché le Regioni spendono quattrini che non sono loro ma trasferiti dallo Stato. Se riusciamo a responsabilizzare le Regioni, allora possiamo anche sperare che decentrino al massimo. Oggi si addossano tutte le colpe allo Stato. A Shanghai ci sono sedi di rappresentanza di Regioni come la Puglia e l’Emilia-Romagna: roba da matti».
Ma non è che dietro il torvo Stato centralista si celi una realtà ben più preoccupante, ossia il centralismo dei partiti che trasferiscono sullo Stato la loro struttura e mentalità, come mezzo secolo fa faceva osservare Luigi Sturzo? «E lo dice a me? È una vita che mi incazzo quando sento, anche nella Lega, fare differenza tra destra e sinistra. La vera differenza è tra statalisti e liberisti. Quelli che fanno politica sono quasi tutti statalisti. Io continuo a chiedere che qualcuno mi spieghi che differenza passa tra Alemanno e Bertinotti. Tutti e due dicono che è lo Stato a dover trovarti la casa, a medicarti se ti fai male, a trovarti il lavoro. È nella natura del politico puntare a uno Stato centrale sempre più forte. È successo un casino quando ho detto che in questo senso alla fin fine Berlusconi è comunista anche lui. È la politica che è fatta male, con leggi finanziarie farcite con tutto, conseguenza di assalti alla diligenza per strappare benefici per i singoli collegi. Bisognerebbe limitare a due le legislature del parlamentare, così ciascuno si affrancherebbe dalla ricerca di benefici elettorali».
In conclusione: ce la facciamo a venirne fuori e come? «L’anno scorso abbiamo incassato 611 miliardi e ne abbiamo spesi 654; la differenza è l’incremento del debito pubblico. Ma la ricchezza degli italiani è di circa 8.300 miliardi di euro, il che ci assicura riserve per un bel po’ di anni. Ma guardiamo cosa fanno in Germania, dove il debito pubblico pro capite è di circa 17mila euro: aumentano di tre punti l’Iva, aumentano gradualmente la soglia pensionistica a 67 anni, gli impiegati pubblici dovranno lavorare gratis un’ora in più. Noi con un debito superiore del 40 per cento (senza contabilizzare il debito pensionistico che è tre volte tanto) stiamo qui a pensare alle quote rosa e alla 194. Non mi sembra tanto onesto dire che tutto va bene, specie con riguardo alle generazioni future. C'è qualcosa che non funziona».
(2. Continua)