Le regole sbagliate si cambiano

Ogni volta che si parla di riforma elettorale, gli animi si accendono. Per una ragione molto semplice: che nessun sistema elettorale è neutro e ciascuna forza politica fa i conti su quanto le conviene o non conviene con un dato sistema. Quello del sistema elettorale neutro - che si spaccia come «rispetto delle regole» - è un mito che potremmo definire «istituzionale». Perché le regole stesse non sono mai neutre, ma vengono poste da chi, in un dato momento, ha la forza di imporle. Questo ci dice la storia, e ci dice anche che la normazione segue i fatti, interpretandoli in modo più o meno lungimirante.
Il diritto di una parte politica a volere cambiare le regole elettorali non è minore del diritto di un'altra parte politica a non volerle cambiare. Entrambe, infatti, ragionano in base ai loro interessi: cosa assolutamente legittima in politica. Nel 1993, quando fu fatta l'attuale legge elettorale, all'allora Pds, ex Pci, unico partito rimasto in piedi tra le macerie sotto cui erano finiti gli altri, andava bene quella riforma in senso maggioritario. Il democristiano Mattarella cercò di limitare i danni per il suo partito di appartenenza e inventò il «mattarellum», un ibrido. Oggi i Ds hanno tutto il diritto di difendere l'attuale sistema, ma non possono negare ad altri il diritto di cercare di modificarlo se pensano che sia loro conveniente e, beninteso, se hanno la forza politica legittima - cioè i voti in Parlamento - per farlo.
Si discute se si possa cambiare una legge elettorale a poca distanza dal voto. Anzitutto si tratta di una legge ordinaria, non costituzionale, per cui può essere approvata in qualsiasi momento, purché non introduca elementi di incostituzionalità. La legge del 1993 fu votata sapendo che le Camere sarebbero state sciolte subito dopo. Ma allora la sinistra egemonizzata dal Pds era sicura di vincere, e non c'era ombra di bipolarismo, che fu calato nel sistema italiano con la creazione di Forza Italia. C'è poi un esempio che viene da fuori, da quel presidente socialista François Mitterrand che, per limitare la prevista vittoria del centrodestra alle politiche, ma soprattutto per garantirsi l'appoggio (indiretto) dell'estrema destra di Le Pen nelle successive elezioni presidenziali, che lo confermarono all'Eliseo, cambiò la legge elettorale un anno prima del voto.
Stabilito che i partiti hanno un preciso interesse ad una legge elettorale piuttosto che a un'altra, e che questo è legittimo, una spinta al cambiamento emerge anche quando si acquisisce la prova che la legge in vigore non funziona, nel senso che non risponde agli obiettivi che con essa si perseguivano. Se la legge del 1993 doveva assicurare (con i tre quarti di maggioritario e un quarto di proporzionale) il bipolarismo, cioè una maggioranza e una opposizione nette (quanto alla propria forza parlamentare), e la stabilità governativa, bisogna ammettere che ha sostanzialmente fallito. Infatti, nel 1994, produsse una maggioranza per il centrodestra alla Camera, ma non al Senato, con il risultato della instabilità governativa e di nuove elezioni due anni dopo. Nel 1996, dette una maggioranza al centrosinistra, in entrambe le Camere, ma non la stabilità governativa, in quanto in meno di cinque anni si succedettero quattro governi. Lo stesso, anche se in maniera molto più attenuata, è accaduto con le elezioni del 2001.
Non solo: dagli otto partiti della Prima Repubblica (sistema proporzionale) si è passati a una trentina, rendendo fragile sia il bipolarismo sia la stabilità, ma soprattutto dimostrando che esistono famiglie politiche con radici profonde, che una legge elettorale da sola non elimina. Riconoscere questo dato di base, politico-sociologico-culturale, è un atto di realismo. E, in teoria, se si vogliono perseguire gli obiettivi della stabilità, del bipolarismo e della riduzione della frammentazione politica, si può ricorrere a degli accorgimenti assai noti e sperimentati, quali il «premio di maggioranza» e lo sbarramento ad un certo livello, il 4% o il 5% o altro ancora. Oppure con il doppio turno, o altro ancora. Si tratta sempre di meccanismi democratici, non di attentati alla democrazia.
La sinistra ha rispolverato, com'era facile prevedere, la «legge truffa». E subito sono apparse proiezioni di quanto la sinistra, stando ai sondaggi, perderebbe in termini di seggi se si passasse al proporzionale, con sbarramento e premio di maggioranza. Calcoli legittimi, anche se un po' fondati sull'acqua. Ma che di per sé non delegittimano l'intenzione della maggioranza di modificare eventualmente la legge elettorale. Ogni schieramento ha dei punti di forza e di debolezza. L'Unione ha un arco di alleanze molto ampio, e ha calcolato che le conviene andare alle elezioni con questa legge elettorale. È logico che la difenda. Il centrodestra ha fatto il calcolo opposto, altrettanto legittimo. Ma spetta al Parlamento decidere: altrimenti, che cosa ci sta a fare? Mitterrand fece modificare la legge elettorale, ma il centrodestra vinse egualmente e modificò di nuovo la legge elettorale. La democrazia non fui mai in pericolo.
L'accusa più insidiosa è che, con la nuova legge, il centrodestra vorrebbe vincere, ottenendo più seggi, ma con meno voti popolari. Eppure, puntando sul conteggio dei seggi per stabilire il vincitore, la riforma resta sulla linea della legge ancora in vigore, che assegna la vittoria a uno schieramento proprio in base alla conquista dei seggi. Tanto è vero che nel 1996 la sinistra vinse, cioè ottenne più seggi, con meno voti popolari, e nel 2001 è accaduto lo stesso, con la destra che ha ottenuto più seggi con meno voti popolari. Trattiamo le leggi e le istituzioni per quello che sono in un Paese libero e democratico come è il nostro, altrimenti non diventerà mai un Paese normale.