Religione anti Usa

Non è davvero il caso per il governo di trattare con noncuranza o, peggio ancora, con disprezzo l’accusa di antiamericanismo che Berlusconi gli ha mosso. L’antiamericanismo non è, in Italia, un’influenza, poche linee di febbre che si trattano con un’aspirina, ma una delle malattie più gravi del nostro secolo e del secolo passato, e il nostro Paese ne è affetto storicamente, con gravi risultati identitari e politici. In secondo luogo: una sinistra debole e in crisi come quella odierna, sempre alla ricerca di punti di convergenza e di contatto con una base volatile e sfuggente, rischia continuamente di farne uso strumentale per cementare alleanze e per catturare consensi. In terzo luogo: l’antiamericanismo è diventato una malattia molto popolare specie quando si coniuga col virus dell’antisemitismo travestito da antisraelismo, di cui la sinistra italiana è campione.
Spesso questa contaminazione si incentra su teorie cospirative che si sentono ripetere così spesso, per cui gli ebrei in America controllano la stampa, le banche, il Pentagono, le università, e suggeriscono all’orecchio di George Bush (i neoconservatori, potenti guerrafondai) la politica internazionale e realizzano così una fantasia degna dei Protocolli dei Savi di Sion: l’America imperialista e colonialista ha portato la guerra in Irak e in genere in medio Oriente per ispirazione ebraica, ovvero israeliana. Guerra è l’odiata parola chiave che costituisce il distintivo dell’immaginazione europea sugli Usa, la reiterata condanna dello scontro contro un terrorismo pure in piena e continua mobilitazione, l’arma più a buon mercato per mobilitare la nostra affaticata coscienza europea.
Il governo può agevolmente chiedere, come del resto ha già fatto alzando le spalle di fronte alle accuse di antiamericanismo, «Cosa c’entriamo noi? Le nostre critiche sono puntuali, non generali. E semmai, non abbiamo forse diritto di criticare la politica di George Bush, e restare buoni amici degli Usa? Non abbiamo diritto di scegliere una politica diversa? Che colpa ha il governo se la piazza e l’opinione pubblica no global vogliono chiamare Bush “nazista”?». Dopotutto il ministro degli esteri D’Alema, afferma mentre l’America agisce contro le Corti Islamiche in Somalia, che «l’Italia si oppone a interventi unilaterali che possono aggravare la situazione di un’area instabile» l’Italia aiuta Ugo Chavez a cercare un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU... che c’entra l’antiamericanismo?». È una risposta solo apparentemente legittima, di fatto è insincera.
Intanto, il mosaico è grande: l’andare a braccetto con gli Hezbollah a Beirut, suggerire che essere un gruppo terrorista non è la caratteristica principale di Hamas, incontrare Bashar Assad o Ahmadinejad come ha fatto Prodi nonostante la loro sponsorizzazione del terrorismo, condannare a ogni occasione Israele, la tormentosa insistente sottolineatura degli errori americani in Irak, persino il tormentone della condanna alla sentenza di Saddam Hussein, il rifiuto di D’Alema (da Doha) del piano di Bush, la prosopopea morale con cui la linea del ritiro delle nostre truppe è stata gestita, hanno il fine di comunicare una sostanziale opposizione, un distacco che confina con il disgusto proprio perché l’oggetto del dissenso, intendo l’oggetto di base, ha un fortissimo contenuto morale: la guerra, intesa come anima di quello che invece è il Paese che ha soprattutto due contenuti centrali. La democrazia, la modernità. Nel 2003 una indagine condotta dalla Comunità europea e celata a lungo, rivelava che gli Usa e Israele erano considerati dagli europei la più grande minaccia per la pace. Il governo deve dunque sapere che corrispondenza trova nell’opinione pubblica quando il 12 di gennaio condanna il bombardamento delle basi di Al Qaida; non può ignorare di avere fra le sue componenti una forza che quando Berlusconi andò nel marzo del 2006 a parlare al Senato americano trovò la cosa «uno schifo» e dichiarò che le strette di mano intercorse a Washington grondavano sangue.
Il governo promana un messaggio che solo la fantasia può allocare esclusivamente sul terreno della critica politica, o della critica a George Bush. Certo, è molto più semplice dire «odio George Bush» e conservare il simulacro della cosiddetta «altra America» quella che invece è cara a tutti, Kennedy, Bob Dylan, Martin Luther King; così è stato a lungo più facile dire «odio Sharon» invece di dire «odio Israele».
Ma la verità è che l’antiamericanismo è un’ossessione europea, la sua potenza e il suo senso di identità sono oggetto di disprezzo e di invidia nello stesso tempo; gli americani nel discorso popolare sono prepotenti, materialisti, sciocchi, avidi di dollari e incapaci di pulsioni che non siano petrolifere. Questi sono i contenuti che gli italiani rischiano di fare propri se i messaggi vengono gestiti alla leggera o con cinismo, e lo si può facilmente verificare al bar e nei posti di lavoro o allo stadio; indicare gli Usa come una nazione che viola sistematicamente i diritti umani, o la legalità internazionale, mentre si ignorano, che so, la guerra russa in Cecenia, l’oppressione cinese in Tibet, le persecuzioni genocide in Darfur, o spendere tutta la propria preoccupazione per i diritti degli iracheni violati dalla «invasione» americana, mentre al tempo di Saddam gli stessi che ora si sbracciano a difenderli contro gli Usa, li ignoravano... ci priva del senso della giustizia, e del nostro migliore amico nella guerra contro il terrorismo che minaccia da vicino anche noi.
L’antiamericanismo, se praticato o cavalcato, è molto rischioso per noi: ha la sua base storica sia nel fascismo (Mussolini odiava le plutocrazie americane idiote e interessate) che nel comunismo (Togliatti: «L’America, non conosce altro dio che il dollaro») e in parte del cattolicesimo (ha sempre tacciato gli Usa di materialismo), è una religione diffusa, abbracciata da intellettuali e giornalisti, che ha ancora dentro di noi il pessimo retaggio della sostanziale indifferenza di queste ideologie così potenti nella nostra storia nazionale, verso la democrazia.