Da Renzi a Zingarettiil Pd sbianchettai giovani fuori linea

Gli under 40 del Partito Democratico contrari a Bersani spariscono dai giornali di sinistra. Ma trovano rifugio sulle pagine del "Foglio" di Giuliano Ferrara

«Dove vuole andare a parare Giuliano Ferrara?», si chiede so­spettosa l ’Unità . Quale disegno starà coltivando il mefistofelico direttore del Foglio , nonché ami­co, fan e consigliere del Caima­no in persona? Quale devastante strategia sta mettendo a punto il dispettoso Elefantino contro il nobile quanto ingenuo Pd - quel partito che, se non perdesse le elezioni, di sicuro le vincereb­be?

Già, perché Ferrara, fra una ri­sata in faccia a Sarkozy e un’ese­gesi papale, ha commesso l’im­perdonabile leggerezza - citia­mo ancora dall’ Unità- di «ospita­re le opinioni di alcuni rappre­sentanti ( chi più titolato, chi me­no) del Partito democratico». A parte la parentesi sul «titolato», che sta allo stalinismo più o me­no come Sarkozy sta a De Gaulle, il sospetto dell’ Unità ha un tim­bro vagamente surreale, visto che stiamo parlando di giornali politici, e i giornali politici, come persino i custodi dell’ortodossia dovrebbero sapere, ospitano prevalentemente interventi poli­tici - chi più titolato, chi meno.

La domanda dunque va rove­sciata: perché mai un dirigente del Pd in dissenso con la linea Landini-Fassina che oramai go­verna le sorti di quel partito deve rivolgersi al Foglio per poter ve­der pubblicata la sua opinione? Il Pd - caso più unico che raro al mondo- ha addirittura due quo­tidiani di riferimento ( cioè finan­ziati col denaro pubblico che lo Stato riserva ai giornali di parti­to), l ’Unità ed Europa ; a sinistra si pubblicano anche il Riformi­sta , diretto da un leader storico del Pci come Emanuele Macalu­so, e il manifesto , che nasce pro­prio come giornale del dissenso comunista. C’è poi il Fatto e, na­turalmente, c’è Repubblica , di cui il Pd, in un curioso rovescia­mento delle parti, sembra a volte l’agit-prop e la muta cinghia di trasmissione.

È mai possibile che nessuna di queste sei autorevolissime testa­te abbia trovato la curiosità, l’in­teresse e lo spazio per pubblica­re le opinioni di alcuni trentenni che preferiscono la Bce alla Fiom, sono pronti a discutere di riforma delle pensioni e credono che la flessibilità faccia bene al­l’occupazione?

Come mai soltan­to il Foglio ha giu­dicato degno di pubblicazione l’intervento con cui Nicola Zinga­retti prende gar­b­atamente ma fer­mamente le di­st­anze dalla politi­ca economica del­la segreteria del partito?

Il vero dramma della sinistra italiana, dopo il dilagare del giu­stizialismo, è il prevalere di un pensiero unico anche nelle politi­che economiche e sociali: è un pensiero unico che ribalta tutte le acquisizioni della «Terza via» di Tony Blair e archivia le scelte li­b­erali e liberalizzatrici del gover­no Prodi-Ciampi, per ripiegare invece sulla difesa testarda e mio­pe del sistema di garanzie che ha portato alla bancarotta dello Sta­to e all’esclusione dal mercato del lavoro di milioni di «non ga­rantiti ». Se dunque «chi inneggia a proposte liberiste»(la prosa del­l’ Unità è da antologia) trova spa­zio sul Foglio e non sui sei quoti­diani che la sinistra ogni giorno manda in edicola, è perché la sini­stra ha smesso di pensare.

La scorsa settimana i «T-Par­ty » (dove «T» sta per trentenni) avevano pubblicato sul giornale di Ferrara un manifesto che in parte rimpiange Prodi e la stagio­ne nascente dell’Ulivo, e in parte solleva questioni di stringente at­tualità (ancor più dopo la lettera d’intenti del governo italiano al­l’Unione europea): pensioni, mercato del lavoro, liberalizza­zioni, flessibilità. I giornali della sinistra benpensante e ben alli­neata si sono limitati a una breve citazione, o al silenzio.

Ieri è stata la volta di Zingaret­ti, il presidente della Provincia di Roma che molti considerano l’anti-Renzi, e che con il sindaco di Firenze tuttavia condivide l’abitudine a pensare con la pro­pria testa. Anche il manifesto di Zingaretti, certo più moderato di quello dei trentenni, apre il dibat­tito su pensioni e flessibilità, invi­tando la sinistra a non conside­rarli più un tabù. E anche Zinga­retti ha dovuto bussare alla reda­zione del Foglio . Ma la censura, anche involontaria e casuale, non è mai una buona scelta. Se per ogni cinque interviste a Pisa­nu e dieci panegirici di Fini i gior­nali di sinistra pubblicassero di tanto in tanto anche un interven­to riformista, non allineato e va­gamente liberale, di certo il siste­ma neuronale del Pd ne trarrebbe grandi vantaggi.