Reportage da Mitrovica, la città spaccata ultima trincea serba

Reportage dai quartieri settentrionali, dove una numerosa e agguerrita
minoranza non ha intenzione di accettare l’indipendenza del
Kosovo. Il rischio di scontri sanguinosi è alto. "Non avremo più un
posto dove andare - dice un giovane -. Siamo pronti a combattere". Ammassate scorte di viveri, pronti i rifugi. E ovunque c’è la polizia serba in borghese

da Mitrovica

«Per noi è l’ultima trincea. I serbi che vivono a Mitrovica non hanno più nessun posto dove andare. È inimmaginabile che il Kosovo diventi indipendente». Non ha peli sulla lingua Stojan Kojensic, 26 anni, cameriere in uno dei caffè di Mitrovica, la città kosovara divisa in due. A nord i serbi, a sud gli albanesi che oggi proclameranno l’indipendenza e in mezzo tre ponti sul fiume Ibar. «Se provano a venire da questa parte resisteremo. Siamo pronti a combattere» sottolinea Stojan, volto scavato e occhi azzurri. «Vivevo con la mia famiglia dall’altra parte del fiume fino al 2003, protetti dalla base dei carabinieri. Mia sorella Snezana, di 11 anni, andava a scuola scortata ogni giorno dai soldati francesi. Papà è sopravvissuto per miracolo ad un pestaggio» racconta Stojan. Quando i carabinieri hanno spostato la base la famiglia serba si è trasferita a Mitrovica nord. «Della nostra casa gli albanesi hanno portato via tutto compreso il tetto, le porte e le finestre» denuncia il cameriere.
I soldati della Nato, che con 16mila baionette garantiscono la sicurezza della provincia ribelle, sanno bene che il momento è delicato. Lungo il fiume le pattuglie francesi scrutano ogni angolo. Più a sud 560 alpini della Julia organizzano posti di blocco e controllano il territorio. Il ponte “blu” di Mitrovica è l’ingresso principale per chi arriva da Pristina, la “capitale” del Kosovo. Non si passa in macchina e pure i giornalisti vengono controllati a distanza dalle vedette serbe. Negli ultimi giorni sono aumentate, soprattutto di notte e al mattino presto. A prima vista sembrano giovani perditempo, che ogni tanto vanno a bersi qualcosa al caffè Dolce vita. In realtà hanno quasi tutti i capelli a spazzola, un fisico da atleti e gli manca solo la divisa. «Nelle ultime settimane sono tante le facce nuove in giro. La polizia di Belgrado c’è sempre stata a Mitrovica, anche se girano in borghese» sostiene Ivano, un calabrese che ha sposato una serba e vive in città dal 1999.
In vista dell’indipendenza sono state organizzate scorte di viveri, medicinali e anche rifugi per la popolazione se la situazione precipitasse. Accanto agli agenti del ministero degli Interni di Belgrado esiste una struttura di autodifesa che i serbi chiamano Protezione civile. «Ti posso garantire che se venissimo attaccati la città può resistere una settimana senza l’aiuto della Nato» sottolinea Ivano. Armi e munizioni sono arrivate in gran quantità per ribadire che i 50mila serbi di Mitrovica nord non hanno alcuna intenzione di staccarsi da Belgrado.
La nuova missione dell’Unione europea, composta anche da italiani, che terrà a battesimo l’indipendenza del Kosovo è la bestia nera. Giovedì sera un ordigno ha fatto saltare in aria l’ufficio che avrebbe dovuto essere occupato dal personale europeo. «La chiamiamo welcome bomb» ti dicono a Mitrovica. Se fermi i passanti e confessi di essere un giornalista italiano vieni fulminato con lo sguardo e le parole. «Vergonatevi. Il Kosovo è nostro e voi volete riconoscerne l’indipendenza», sbotta un’imbacuccata signora di mezza età sotto i fiocchi di neve. «È colpa vostra e degli americani se siamo a questo punto» accusa una coppia. «Non accetteremo mai l’indipendenza del Kosovo», sibila un padre di famiglia.
La maggioranza della popolazione crede solo in Vladimir Putin, lo zar del Cremlino, alleato di Belgrado. Nella piazza principale di Mitrovica, accanto alla bandiera serba, sventola quella russa. Una statua ricorda un console di Mosca ammazzato dagli albanesi nel 1903. Alla vigilia dell’indipendenza è arrivato a pregare nella chiesetta ortodossa di San Demetrio l’erede al trono della monarchia jugoslava dei Karageorgevic. «So che sarà dura, ma non andate via. Dovete resistere, la Serbia è con voi» ha detto il principe Aleksander a una piccola folla di fedeli che gridava «Viva il re».
Nel giro di poche ore dalla dichiarazione dell’indipendenza le strutture kosovare miste cesseranno di esistere per i serbi. A Mitrovica gli agenti di polizia non albanesi sono pronti a buttare la divisa alle ortiche. «Se ci verrà chiesto da Belgrado di boicottare la missione internazionale lo faremo, anche se dovessimo perdere lo stipendio», annuncia un serbo che lavora per le Nazioni Unite. Un altro punto di domanda è chi controllerà la prigione e le dogane.
«Vogliono ucciderci tutti piano piano» sostiene Nenad Todorovic, che fino alla disastrosa guerra del 1999 era direttore del teatro di Pristina. «Se tentano di imporci l’indipendenza i miei amici ed io siamo pronti a batterci per il futuro dei nostri figli. Spero che non accada, ma se scoppiassero incidenti a Mitrovica saranno terribilmente sanguinosi», spiega l’ex direttore con una curata barba ortodossa.
Bosanska Mahalla è un quartiere a rischio, sul lato serbo del fiume, ma ancora abitato da albanesi che vengono convinti a sloggiare a colpi di bombe. Lungo l’Ibar le croci ortodosse dei serbi si mescolano a qualche vecchia scritta dell’Uck, il disciolto esercito guerrigliero di liberazione del Kosovo. I veterani albanesi hanno ricevuto l’ordine di tenersi pronti a qualsiasi evenienza preparando zaino e kalashnikov.
Dall’altro lato del fiume imperversano i preparativi per le celebrazioni di oggi. Le bandiere rosse con l’aquila nera già sventolano dappertutto. Bajram Rexhepi, ex primo ministro kosovaro e sindaco della Mitrovica albanese, getta acqua sul fuoco. «L’indipendenza non è contro i serbi – sostiene il primo cittadino –. Ci vorrà tempo, ma alla fine anche loro accetteranno il nuovo Kosovo».
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