Una Repubblica fondata sulla violenza

D’Annunzio a Fiume e Mussolini con la marcia su Roma furono i figli che si misero contro lo Stato-padre. Poi venne l’ora dei fratricidi

Fino alla Prima guerra mondiale la violenza pubblica era in prevalenza quella dello Stato contro cittadini in rivolta. Basti pensare alla lotta al «brigantaggio» meridionale e alle cannonate del generale Bava Beccaris contro i manifestanti milanesi, nel 1898. Il padre uccideva i figli. Poi furono i figli che si misero contro il padre-Stato, ma «per il suo bene», e fu il caso di d’Annunzio a Fiume e di Mussolini con la marcia su Roma: entrambi, però, non riuscirono a portare a compimento una vera rivoluzione.
«Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha mai avuto in tutta la sua storia una sola vera rivoluzione?». La domanda è di Umberto Saba, in Scorciatoie e raccontini. Ecco la risposta: «Gli italiani non sono parricidi ma fratricidi: Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani... Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che s’inizia la rivoluzione». Anche l’unica uccisione del vecchio padre Mussolini, che avrebbe dovuto portare alla rivoluzione comunista, nasceva e proseguì nella lotta fratricida, gli antifascisti da una parte, gli anticomunisti dall’altra. Mi sembra questo il senso più profondo del convegno organizzato da Angelo Ventrone all’Università di Macerata, «Violenza e storia d’Italia. Conflitti e contaminazioni ideologiche nel secondo ’900» che si conclude oggi.
Tra i molti studiosi presenti è Roberto Chiarini, dell’Università di Milano, a chiarire la singolarità distruttiva di una lotta che - invece di unire antifascismo e anticomunismo contro i totalitarismi - li metteva l’uno contro l’altro: entrambi erano ostili al liberalismo. L’antifascismo, alla fine della guerra, acquisì dunque una valenza di parte che gli impedì di affermarsi come conquista generale dell’opinione pubblica e delle forze politiche. D’altra parte il marcato anticomunismo della destra postfascista la pose in posizione di difesa contro il «pericolo rosso», priva di una progettualità politica che non fosse quella del «blocco d’ordine». Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, come sappiamo e come Chiarini sintetizza, la lotta politica non si strutturò secondo un sistema bipolare, a differenza della maggior parte delle democrazie, ma con un sistema tripolare: «Tra un centro legittimato e legittimante e una destra e una sinistra entrambe delegittimate». La prima in nome dell’antifascismo, la seconda in nome dell’anticomunismo. Il risultato fu, anzitutto, lo stallo di un sistema politico senza possibilità di alternanza, in cui il centro ghettizzava entrambe le estreme per rimanere, inamovibile e insostituibile, al potere. In questo sistema politico bloccato rinacquero le tentazioni della violenza politica, come unico strumento per aver ragione sia dell’avversario contrapposto, sia del moloch democristiano.
Guido Panvini, dell’Università della Tuscia, ha contribuito al convegno con uno studio su «La pianificazione della violenza» fra il 1969 e il 1972: in pieno centrosinistra, la violenza diffusa sia nell’estrema destra sia nell’estrema sinistra produsse il terreno di coltura del terrorismo e ne creò le condizioni attraverso una progressiva militarizzazione della lotta politica, tesa all’eliminazione dell’avversario. L’acuirsi della protesta studentesca e la mobilitazione operaia dell’autunno 1969 vennero prese, dall’estrema sinistra e dall’estrema destra, come una crisi di sistema da radicalizzare per giungere alla distruzione degli avversari politici e delle istituzioni democratiche. Entrambe si percepirono vicendevolmente come avanguardie pronte a prendere il potere con qualsiasi mezzo. Anno dopo anno, violenza dopo violenza, i gruppi più radicali di sinistra e di destra si staccarono dai rispettivi partiti, giudicati troppo deboli e legati al sistema di potere, e si avviarono sulla strada senza ritorno della lotta armata fratricida.
Quanto agli obiettivi di quella lotta, Angelo Ventrone - autore fra l’altro del recente La tentazione totalitaria (Donzelli) - sottolinea come in nessun documento del terrorismo di sinistra si parli di che cosa sarebbe accaduto una volta conquistato il potere. L’idea marxista della rivoluzione proletaria si era prefissa di liberare l’umanità da una miseria in cui lo sfruttato non aveva altro da perdere se non le proprie catene. Una situazione che non esisteva più nella società del benessere, per cui neanche le Brigate rosse chiarirono mai quale fosse il loro progetto per la nuova società. Uno dei fondatori delle Br, Alberto Franceschini, si limitò a dire: «Noi eravamo convinti di essere “il piccolo fuoco che incendia la prateria”, il detonatore che avrebbe provocato la grande esplosione». Il tutto sintetizzato nello slogan «Lo Stato si abbatte e non si cambia».
Nell’estrema destra, che si basava anche sull’eredità del fascismo, il progetto era più articolato: c’era l’idea di uno Stato da restaurare, per via politica e militare, e l’imposizione dall’alto di un nuovo modello di organizzazione sociale. Il progetto sarebbe stato possibile attraverso il dominio di un’aristocrazia di merito che avrebbe dovuto «governare la società anche con la violenza, pur di assicurarne l’omogeneità interna e quindi la forza esterna»: una società anti-individualista e antimaterialista contraria alla democrazia bottegaia, al materialismo comunista e all’edonismo occidentale; tanto è vero che i giovani neofascisti, come quelli ultracomunisti, si sentivano più vicini ai guerriglieri latinoamericani e nordvietnamiti, ai terroristi palestinesi - sobrii, spartani, eroici - piuttosto che all’«uomo intestinale» dell’Occidente americanizzato.
Finiti gli «anni di piombo», scoppiata la bolla sanguinosa del terrorismo, paradossalmente questa identità comune si è ricoagulata nei movimenti no global, antimoderni, iperecologisti. E sarà un’altra mancata rivoluzione, un fratricidio.
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