La Repubblica del parolaio

Che Walter Veltroni sia un parolaio lo si comprende anche solo ascoltando la musica delle sue parole. Vuole difendere l'ambiente ma non parla di energia nucleare. Vuole la Tav e le discariche ma non critica il ribellismo localistico. Vuole il patto tra le generazioni ma non si cura se si va in pensione a 57, 58 o 60 anni: il problema sono i bambini delle famiglie povere. Vuole la mobilità sociale ma ce l'ha soprattutto con la precarietà. Vuole una scuola che non crei disparità, riconosce che il fenomeno è cresciuto dagli anni Settanta ma non nomina il '68. Vuole la sicurezza ma non parla della Bossi-Fini. Critica il centrodestra perché avrebbe aumentato la pressione fiscale di un punto in cinque anni di difficoltà economica ed esalta un governo che in fase di ripresa aumenta le tasse dell'1,7 in sette mesi. Un parolaio che trasmette una visione dell'Italia fondata sul classico «siamo per questo ma anche per il suo contrario». La cultura che ha contraddistinto il Pci da Enrico Berlinguer in poi. Entrato in crisi il comunismo come sistema di valori (terribili ma definiti) a un partito che non voleva fare il salto socialdemocratico ma voleva conservare le sue forze, non è restato che parlare di altro: diversità antropologica, moralismo senza morale (quello che non fa i conti con la propria realtà e storia). E Veltroni, cooptato giovanissimo nel coté berlingueriano, è stato maestro di questa arte: parlare di altro, evitare il cuore dei problemi. Lo faceva con ancora più leggerezza perché privo di una cultura profonda, non contaminato dal marxismo. È stato quindi prezioso per Berlinguer e ancora di più per Achille Occhetto, arrivando a essere uno degli ideologi del Nuovo partito comunista lanciato nel 1987. Mentre il mondo si preparava a liberarsi del comunismo, qui in Italia c'era chi ne voleva uno di tipo nuovo. Tra questi Veltroni che diceva, peraltro, le cose che dice adesso: l'ambiente, il patto tra le generazioni, la sicurezza ma con umanità.
Veltroni non è buono: ha partecipato negli anni Ottanta all'emarginazione dell'ala timidamente pragmatica del Pci. All'inizio degli anni Novanta l'ho sentito dire che non si potevano avere rapporti stretti con i socialisti perché i compagni siciliani gli avevano detto che la mafia votava Claudio Martelli. È poco leale: l'ha sperimentato prima Romano Prodi, che contava su di lui per protestare contro il blitz dalemiano del '98 e fu abbandonato. E l'ha provato D'Alema che l'ha visto tramare contro il suo governo (governo amico, lo definì Veltroni) e poi disinteressarsi della campagna elettorale del 2001 per trovare la sua salvezza come sindaco di Roma. L'ha provato Piero Fassino quando l'ha visto tramare con l'area comunista del Pds e formare il correntone (sinistra Pds più veltroniani) nel 2001.
È un pessimo realizzatore: ha rovinato economicamente l'Unità, ha fatto leggi scassate (sul calcio e la lirica) da ministro dei Beni culturali. Lo vedrà presto Roma: quando come a Napoli dopo le Notti bianche verranno i mucchi della spazzatura non raccolta.
Si dice che un cardinale può cambiare da Papa: l'importante è che questa verifica l'Italia la faccia con un Veltroni Papa dell'opposizione (e per un lungo periodo).