LA RESA ALL’ISLAM

La sorprendente decisione di Random House - la grande casa editrice di Churchill - di bloccare la pubblicazione del libro di Sherry Jones su Aisha, la terza e preferita moglie di Maometto, potrà essere stata anche dettata da un tardivo ripensamento sul valore del libro. Ma dietro di essa si nasconde una situazione che Shakespeare avrebbe descritto come «Qualcosa di marcio nel regno di Danimarca». In questo caso il marcio non risiede nella corte danese di Amleto ma in quella dell’élite intellettuale e liberale anglosassone dove, una volta di più, il principio del political correct serve a coprire non il livello letterario ma la codardia editoriale.
Ed è un modo di pensare, e agire, che rappresenta la punta dell’iceberg di una concezione dei rapporti interreligiosi che non riguarda solamente il caso specifico di un libro, ma è emblematico di meccanismi mentali assai più generalizzati.
La paura di una reazione islamica si rivela così radicata da preferire autocensurarsi piuttosto che affrontarla. Ritirare un libro già stampato e pubblicizzato descritto dall’autrice come il frutto romanzato di una lunga ricerca sul ruolo di una figura femminile storica dotata di «potere, intelletto, spirito e compassione» senza attendere la reazione del mercato letterario, che è il solo autorizzato a giudicarne il valore, è giocare nelle mani del nemico. È consegnarsi ad esso. Ed è l’atteggiamento che sembra aver assunto molta parte di quello che una volta si vantava di essere Occidente.
È vero che la libertà di stampa, fondamento della democrazia, viene spesso vilipesa dai media che se ne avvalgono per difendere il diritto di diffondere, spesso pubblicizzandole, delle vere porcherie. Ma proprio in virtù di questo fondamentale principio democratico, esiste accanto al diritto alla libertà di stampa il diritto alla libertà della critica. Chi teme di affrontarla perde il diritto alla prima e nel caso specifico viola il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello appunto che garantisce la libertà di stampa e di parola. Si tratta di un precedente doppiamente pericoloso: l'autocensura gioca a favore dell’autoritarismo islamico che, come ogni altro autoritarismo, teme la libertà e mira a distruggerla. Inoltre, assecondandolo, ne ingigantisce gratuitamente il potere. Trasforma la naturale ragionata paura di fronte al pericolo in panico epidemico proprio all'interno di quella categoria - gli intellettuali - che proprio della libertà vive e della quale dovrebbe essere il più geloso difensore. Di questa vicenda Talleyrand, direbbe che, politicamente, «più che di un crimine si tratta di un errore».
R. A. Segre