Resca: "Date i musei in mano ai manager"

l direttore generale dei Beni culturali: "Il turismo è un’industria e lo Stato non può più gestire 460 siti. Vanno coinvolti i privati. Come all’estero"

Mario Resca, un uomo d'impresa trasformatosi in manager dei beni culturali italiani, non si trincera dietro la semplice protesta per i tagli alla cultura dopo il crollo di Pompei. «Certo, mancano i soldi ed è un male cronico - dice -. Ma accanto ai fondi occorrono nuove figure professionali che sappiano gestire al meglio questo immenso patrimonio».
Lei guida la Direzione generale per la valorizzazione dei beni culturali: si unisce alle critiche per la riduzione dei finanziamenti?
«Non si può valorizzare un bene se mancano la tutela, la conservazione e la manutenzione. Il problema non nasce con la recessione attuale: l'insufficiente attenzione ai beni culturali è una costante dei governi degli ultimi trent'anni, di qualsiasi colore, nonostante le affermazioni di principio».
Il ministro Bondi si è arrabbiato molto per i tagli.
«La manutenzione ordinaria è fondamentale: togliere le erbacce dai siti archeologici costa poco e previene danni gravissimi. Tuttavia la questione è anche un'altra: la cultura non è un costo ma una risorsa che darà un impulso sempre più importante allo sviluppo della nostra economia».
Che cosa glielo fa credere?
«La domanda di turismo culturale è in aumento in tutto il mondo, e sono turisti colti e abbienti che fanno guadagnare l'intero sistema. Ogni anno Pompei attira quasi tre milioni di visitatori da tutto il mondo che comprano il biglietto, prendono i nostri aerei e la loro presenza fa guadagnare alberghi, ristoranti, mezzi di trasporto, artigianato e tutto quello che ne consegue. Non è più vero che carmina non dant panem: oggi con la cultura si mangia».
Lei preme per cambiare la gestione dei beni culturali. A Pompei che cosa si sarebbe potuto fare?
«Negli ultimi trent'anni non è si è investito a sufficienza nella manutenzione. Il ministro ha dovuto nominare un commissario straordinario per riaprire cantieri fatiscenti fermi da decenni. Pompei è una città di circa 40 ettari che accoglie milioni di persone: non bastano più i bravi archeologi che gestiscono la fase tecnico-scientifica».
Cioè servono manager della cultura?
«Abbiamo una classe di storici dell'arte, archeologi, restauratori invidiati da tutto il mondo perché l'Italia è una straordinaria palestra dove esercitare queste attività. Ma una cosa è restaurare, diverso è gestire realtà come Pompei o il Colosseo e i Fori imperiali che sono zone archeologiche e al contempo attività commerciali e produttive. Lo dico da persona che viene dal mondo dell'impresa. Nei primi otto mesi di quest'anno, dopo anni di calo dei visitatori, con nuove tecniche di marketing, promozione e comunicazione i visitatori dei nostri siti d'arte sono cresciuti del 12 per cento».
Lei ha detto che lo Stato non può gestire 460 musei.
«Confermo».
Qual è la soluzione: la cessione ai privati?
«Le proposte sono due. La prima: molti musei minori vanno affidati al territorio, le comunità locali li possono gestire meglio; abbiamo alcuni tavoli aperti con le regioni, per esempio sui Campi Flegrei. La seconda è aprire a una partecipazione dei privati: all'estero la formula funziona benissimo. Non è più pensabile che lo Stato paghi a pioggia i costi della manutenzione del nostro patrimonio».
Coinvolgere in privati: in che modo?
«Innanzitutto con un incentivo fiscale: chi investe denaro nella cultura, anche come sponsorizzazione, deve poterlo detrarre dalle tasse. Avviene in tutto il mondo e molti Paesi competono con noi pur avendo un patrimonio assai inferiore. Il turismo culturale è una grande fonte di reddito: un euro investito in cultura, dicono i nostri consulenti, rende da 6 a 12 volte l'investimento. Meglio investire qui piuttosto che nella manifattura, che nel nostro mondo globalizzato e in recessione è sempre più delocalizzata».
Quanti dei 460 siti d'arte italiani cederebbe?
«Gli Stati Uniti hanno un solo museo nazionale e tutti gli altri sono federali, l'Inghilterra ha 10 musei nazionali. Noi vorremmo gestirli tutti, ma occorre una governance ben diversa. Ho sollecitato la Luiss a istituire un master in management di beni culturali. Il turismo culturale è prezioso, ambitissimo, e abbiamo tutte carte in regola per sfruttarlo: ogni anno l'Italia attrae nei propri musei 93 milioni di visitatori e la Germania 125 milioni, possiamo migliorare moltissimo».
È favorevole a lasciare ai siti culturali tutto l'introito dei biglietti?
«Da noi i biglietti sono considerati tasse e quindi l'incasso va girato all'erario, ma questo toglie responsabilità e incentivi ai direttori dei musei».
Insomma, lo Stato dovrebbe fare un bel passo indietro.
«Basterebbe cominciare a darsi una diversa organizzazione, e i risultati della Direzione generale per la valorizzazione lo dimostrano, pur con i pochi soldi disponibili. E puntare su questo investimento con nuovo management. Nuovi linguaggi, nuove idee, come le ricostruzioni virtuali dei monumenti su internet. Dobbiamo imparare molto dai nostri concorrenti europei, che sono aggressivi e investono parecchio perché sanno che la cultura, oltre che essere tutelata per i posteri, serve oggi per attrarre turismo».