Deportazioni e città rase al suolo. Gli uiguri prigionieri a casa loro

Indipendentisti, musulmani e con una lingua che è un dialetto turco La strategia spietata di Pechino per piegare la minoranza del Nord-Ovest

Una manifestazione dei cinesi di etnia Han contro gli uiguri

da Kashgar (Cina)

Quando dopo tanto viaggiare stai per entrare a Kashgar il primo sentimento è la delusione. «Colpa dei cinesi» pensi. Strade a sei corsie, palazzi tanto grandi quanto brutti, insegne al neon con gli ideogrammi e traffico senza posa. Un gigantismo edilizio che è il marchio di fabbrica del nuovo benessere cinese, molto più di quanto non lo sia la scritta made in China sulle cianfrusaglie di plastica che affollano i nostri cassetti. Persino qui, che siamo più vicini a Teheran che a Pechino, sono arrivati e hanno distrutto tutto, costruendo una città fotocopia di qualunque altra immensa, asettica, rumorosa città cinese.

Eppure fino al 1999 in questa che con i suoi 350mila abitanti è la città più occidentale dell'impero mandarino non arrivava neanche la ferrovia. In autobus da Urumqi, la capitale della provincia autonoma dello Xinjiang, ci volevano tre giorni. Gli aerei erano rari quanto la pioggia d'estate. E invece nulla, il miracolo economico cinese, il comunismo di mercato, è arrivato veloce come un temporale e almeno apparentemente ha fatto piazza pulita della vecchia, polverosa, affascinante Kashgar.

«Kashgar è situata dove nella mente le mappe si dissolvono» scrive il viaggiatore britannico Colin Tubron. Un angolo di Cina tanto remoto quanto inospitale, gelido d'inverno, torrido d'estate. Un punto dove le sabbie del Taklamakan, il deserto del non ritorno, si dissolvono in un susseguirsi di catene montuose maestose che solleticano la fantasia degli amanti di avventure geografiche: Karakorum, Pamir, Tien Shan. Vette oltre i 7mila metri, passi che sforano i 5mila, come il Khunjerab che a quota 4.700 segna il confine con il Pakistan. Kashi come la chiamano i cinesi, è la città santa degli uiguri. Molto più della capitale Urumqi, rappresenta da sempre l'ombelico vitale per questa popolazione turca originaria del Caucaso che ha fatto il cammino inverso rispetto a tutte le popolazioni mongole che riempiono le pagine dei libri di storia: sono forse gli unici, insieme ai Persiani, che in epoca medievale sono andati da Ovest a Est. E a Oriente sono rimasti. Radicandosi tra oasi e deserti, nomadi ben presto sedentarizzati, musulmani ma senza eccessivo trasporto, orgogliosi e fieri del proprio essere diversi.

Lingua, cibo, volti, abitudini: tutto qui non ha sapore di Cina, ma di Asia Centrale. A tavola si spezza il naan, un'onnipresente ruota di grano cosparsa di sesamo; gli uomini portano la barba e indossano i doppa, zucchetti quadrati; le donne sotto i veli colorati hanno capelli corvini e dolci lineamenti centroasiatici. Odori, musiche, baffi trasportano più in un film di Kusturica pieno di nomadi che in una languida operetta cinese. Nonostante sia un crogiolo di razze, l'oasi Kashgar fino alla fine del XIX secolo non ha stimolato la fantasia dei viaggiatori occidentali come Samarcanda o Bukhara. Troppo lontana, troppo difficile da raggiungere. Asia Centrale più che Oriente, ha sempre costituito uno snodo fondamentale sulla Via della seta. In quest'oasi immensa si incontravano la via meridionale, che passava dal Kashmir verso l'Iran, e quella settentrionale, che saliva verso il Kirghizistan e l'Uzbekistan.

Nei suoi immensi bazar i mercanti mediorentali sostavano dopo aver scalato montagne a dorso di mulo e cammello, incontravano i commercianti cinesi che avevano attraversato i deserti e si scambiavano merci e pensieri, nozioni scientifiche e leggende. Da qui è passato anche Marco Polo, se dobbiamo credere al Milione . Ai suoi tempi non era ancora Cina, lo è diventata solo nel Diciassettesimo secolo.

«Le montagne sono alte e l'imperatore è lontano», recita un proverbio cinese. Vero come tutti i proverbi. Valido anche per queste terre di frontiera che sotto l'effettiva influenza cinese in realtà sono state poco o nulla. Vero almeno fino a quando a Pechino non ha preso il potere il Partito comunista, nel 1949, e i soldati del comandante Mao non sono arrivati a restaurare l'ordine e far capire chi comanda, imponendo il comunismo ma soprattutto il regime degli han, l'etnia cui appartiene oltre il 90% dei cinesi. Da allora la vita a Kashgar è cambiata radicalmente. Anche se la vera invasione è avvenuta negli ultimi dieci, quindici anni: in treno.

Dal treno sono scese le migliaia di migranti delle province orientali che pian piano hanno cambiato il volto della città. In treno sono arrivati i soldati che ogni giorno di più presidiano militarmente qualunque angolo, alzando check point a casaccio per chiedere i documenti a chiunque denunci con i soli lineamenti del volto il suo essere uiguro. E con il treno sono arrivati i mezzi pesanti e gli operai che nel giro di qualche anno hanno raso al suolo il centro della città, il miglior esempio di città islamica di tutta l'Asia centrale secondo gli storici dell'architettura, compromettendo per sempre la sua bellezza.

Nella vasta piazza del Popolo, che sembra una Tienanmen in scala minore, troneggia una grande statua di Mao. Sarà alta venti metri e serve a ricordare chi comanda, o forse a indicare il sol dell'avvenire. Brandisce il braccio sinistro quasi fosse una mazza. Quella con cui sono state abbattute le case della città vecchia, un dedalo di viuzze strette e storte, vecchie cinque secoli, affastellate le une alle altre intorno alla moschea di Id Kah, la più grande e antica dell'intera Cina.

«Di fango son le case, di fango son le strade, le moschee, le tombe» scriveva Terzani descrivendo Kashgar. E il fango è nemico dell'ordine e della sicurezza, almeno secondo la burocrazia cinese. Con la scusa del terremoto che avrebbe potuto spazzar via queste abitazioni antiche, nel 2008 il governo ha lanciato un grandioso progetto di restauro della città. Via le case senza acqua corrente, senza riscaldamento e senza luce; via le botteghe di fabbri, falegnami, pellai; via i dentisti di strada, le macellerie improvvisate, gli scantinati trasformati in negozietti. Basta con i vicoli stretti che sembrava di entrare in casa delle persone. Largo alla nuova architettura cinese, quella che ama l'antico solo se nuovo di zecca, vero e genuino come una borsa di Prada contraffatta.

E pazienza se per bonificare il centro si sono dovute spostare 220mila persone, abbattere due terzi delle costruzioni, sradicare gli alberi da frutto che da secoli ombreggiavano i giardini nascosti dietro i portoni; e poi confiscare quasi il 20% della superficie per farne piazze, strade larghe sei corsie e palazzi di dieci piani dove ospitare alberghi, centri commerciali e uffici governativi. La modernità, come la rivoluzione, non è un pranzo di gala. E poi si stupiscono se molti uiguri hanno interpretato questo dono di Pechino come simbolo concreto del tentativo del governo di annacquare l'identità culturale locale. Ingrati.

Gli abitanti hanno ricevuto una compensazione economica, con quei soldi – miserrimi - volendo avrebbero potuto costruirsi una nuova casa. Perché il governo non ha pensato a ricostruire le abitazioni e restituire vita alla città vecchia: si è limitato a edificare il primo piano e tutto quello che è vista strada mantenendo grosso modo lo stesso stile architettonico pur cambiandone i materiali. Al resto avrebbero dovuto pensarci gli abitanti che non potendoselo permettere sono rimasti a vivere nei casermoni di periferia, uguali uguali a quelli di Canton e Pechino. E così ora nelle case nuove che sembrano vecchie del centro antico vivono in meno di cinquantamila. Pochi, vero. Ma sempre abbastanza per essere capaci di riconquistare pian piano il centro della città.

Bravi gli uiguri a riappropriarsi degli spazi, a rimettere i taglieri dei macellai fuori dai negozi, a spostare il forno fuori dalle mura, a riprendere le attività artigianali che lì erano insediate da secoli, a invadere le piazze che prima non c'erano con le bancarelle del mercato notturno. E anche a resistere ai fast food cinesi, invadendo le vie di quella che lo stesso chiamano città antica con il fumo denso e odoroso che si alza dalle decine di griglie che in ogni momento del giorno e della notte arrostiscono shashlik, gli spiedini di montone che si mangiano ovunque da qui fino a Istanbul.

I cinesi, gli han, quelli che sono venuti a vivere qui grazie ai contributi del governo si tengono lontani da questo centro rivitalizzato, come se avessero rinunciato a far parte di quello che proprio non comprendono: gente che si scambia ampi abbracci per strada per salutarsi, ha la barba spessa, lavora poco e non parla mandarino. Così la città sembra fisicamente divisa in due. Da una parte gli uiguri, vessati, poveri, colorati, eccessivi, apparentemente straccioni al punto giusto da risultare simpatici. Dall'altro i cinesi, i padroni venuti da lontano, arroganti, monocorde e intenti a far soldi. Gli uni e gli altri fanno di tutto per non mescolarsi. Arrivare a Kashgar sulle prime sarà pure una delusione, ma passarci qualche giorno riserva ancora molte sorprese.

Commenti

LP

Gio, 08/10/2015 - 09:27

E' una questione molto spinosa. Sono come i tibetani o i nostri meridionali. Rifuggono dal 'conquistatore' che però gli porta l'acqua corrente e il sistema fognario, la ferrovia, il gas, il tribunale, le strade illuminate, gli ospedali, etc. insieme al fastidioso inquinamento. Bisognerebbe trovare un compromesso. Io, personalmente, non sono particolarmente innamorato dei cinesi e disprezzo profondamente i principi del comunismo, ma apprezzo moltissimo la loro etica del lavoro. Loro non 'chiagnono' o chiedono la carità per strada, ma sgobbano in silenzio. Per questo solo motivo meritano il mio rispetto.

Gaeta Agostino

Gio, 08/10/2015 - 10:06

Per LP. Senza discutere la tua opinione sui cinesi e sul benessere che portano nelle estreme periferie dell'impero. Una cosa voglio ricordarti. Il paragone che hai fatto "tibetani o i nostri meridionali" evidenzia la tua completa ignoranza della storia italiana. Giusto per ricordartelo, il mercenario Garibaldi non venne a liberare il sud, venne a sottometterlo e a commettere stragi di innocenti contadini in nome di un'unità voluta dolo dai sabaudi e inglesi. Il regno delle due sicilie, prima dell'invasione, era uno dei paesi più prosperi e avanzati d'Europa. La prima cosa che fù fatta fu quella di depredare le casse del Banco di Napoli che erano piene d'oro a differenza delle casse torinesi che erano vuote. Un carabiniere che faceva l'inventario del depredato, scriveva, "un vaso a forma di mandolino che non sappiamo a cosa serve" era un bidet. Capito amico

swiller

Gio, 08/10/2015 - 10:16

Chissà perchè qui il criminale obama non ha nulla da ridire.

Ritratto di Zagovian

Zagovian

Gio, 08/10/2015 - 11:02

...Dimenticavo:...gli Uiguri,in un certo senso subiscono l'"ingerenza" Cinese,che viene loro propinata come una "medicina di progresso"(che farà anche bene,ma loro ne avrebbero fatto anche a meno),...in italia,la "medicina",l'80% della popolazione,se l'è presa volontariamente,ed oltre tutto,una medicina per un sicuro regresso,....incartata come "risorsa"!!

bruno.amoroso

Gio, 08/10/2015 - 12:13

LP, lascia perdere. Davvero

Ritratto di Zagovian

Zagovian

Gio, 08/10/2015 - 12:24

Questo dimostra,che dopo secoli vissuti con una differente cultura,religione,ognuno dovrebbe stare per conto suo,e gestirsi la vita,il paese,come vuole!....Il multiculturalismo,funziona già malamente in un grande albergo,dove tutti si è ospiti(come gli USA),figuriamoci,quando due diverse "culture" di "incrociano",su un territorio,dove UNO,è lì da secoli,da millenni,con la propria,completamente differente dall'altra(come sta accadendo in Italia...)

agosvac

Gio, 08/10/2015 - 14:41

Ma questi uiguri sono cinesi oppure no??? Sembra che siano islamici di origini turche trasferitisi in Cina molti secoli fa ai tempi in cui l'Islam pensava che avrebbe potuto conquistare il mondo intero. Evidentemente a conquistare la Cina non ci sono riusciti restando confinati ai margini dell'impero. Forse la Cina è stata un osso troppo duro da masticare anche per i conquistadores islamici. Oggi sembra che siano diventati nient'altro che terroristi come quelli che imperversano in tutto il mondo occidentale. E' tipico dell'Islam: se non puoi conquistare, allora devi distruggere!!!!!

agosvac

Gio, 08/10/2015 - 14:55

Egregio Gaeta Agostino, noto , con grande piacere, che lei conosce bene la storia, quella vera non quella che spesso propinano a scuola. Garibaldi fu un grande soldato, un grande generale, ma non fu certamente il "liberatore" del regno delle due Sicilie, anzi fu il distruttore di un regime che di tirannico non aveva proprio niente. Il regno delle due Sicilie fu una perla nella seconda metà dell'ottocento. Era prospero ed anche liberale, cosa che non tutti sanno. Era molto ricco. Quando fu "forzata" l'unificazione, il regno delle due Sicilie contribuì con ben 600 milioni in oro contro i 20 milioni del regno sabaudo!!!! Fu non solo una conquista ma anche una depredazione delle nostre ricchezze!!! Purtroppo la storia la scrivono quelli che vincono, poi distruggono tutto!!! Mi fa piacere che ci sia ancora qualcuno che abbia potuto attingere a testi ormai scomparsi.

Ritratto di Shard

Shard

Mar, 03/01/2017 - 11:21

Ognuno deve essere libero in casa sua, questo è un principio universale. Il paradosso però è che questi mussulmani hanno sempre occupato le terre altrui (diciamo per esempio tutto il Nord Africa, prima cristiano), costretto gli abitanti a convertirsi e rinnegare la loro civiltà; vengono qui e distruggono presepi e vogliono imporci la loro cultura e religione ... ma quando qualcuno lo fa a loro, il giochino non gli piace, non va bene, insomma hanno le idee chiare: loro possono farlo e gli altri a loro no.