La Resistenza prima di Don Camillo

Cent’anni dalla nascita e quaranta dalla morte: c’è più di un motivo in questo 2008 per ricordare Giovannino Guareschi, padre di Peppone e Don Camillo nonché giornalista, vignettista e scrittore tra i più letti al mondo. Eppure non tutti, in Liguria, hanno una gran voglia di farlo. Se da una parte Santa Margherita ne ha celebrato a dovere la vena satirica, dall’altra paesi-simbolo della Resistenza ligure come Campomorone accolgono tiepidamente l’idea di commemorarne la vicenda umana di «resistente», internato per due anni prima in un campo di prigionia polacco e poi in uno tedesco, perché, già militare, aveva rifiutato di seguire il Duce nella Repubblica di Salò.
A sollevare la questione è stato il «nostro» vignettista Davide Sacco, campomoronese doc ed estimatore dello scrittore reggiano: in una lettera aperta al sindaco Giancarlo Campora, eletto nel 2004 in una lista civica del centro-sinistra, ha invitato l’amministrazione comunale a ricordare i 700mila soldati italiani che, come Guareschi, all’indomani dell’8 settembre 1943, pagarono nei lager nazisti la loro fuga dai bandi Graziani. La proposta, però, non ha trovato ottima accoglienza: il primo cittadino, anzi, sempre via lettera, si è dichiarato sì disponibile a eventuali iniziative sul tema, ma ha anche ribadito la visione di Resistenza criticata da Sacco e portata avanti finora dal Comune (una e unica, «quella per cui - scrive Campora - donne e uomini di fedi diverse sono morti sui nostri monti»).
Insomma, come nel lontano 1947 quando sul «Candido» comparve il «compagno trinariciuto» pronto a inalare senza cervello qualsiasi direttiva «rossa», Guareschi fa ancora discutere. Per il disegnatore satirico del «Giornale», infatti, nella definizione unitaria della Resistenza data dal sindaco si celerebbe nient’altro che «un’involontaria e amara» divisione tra deportati di serie A, 44.448 italiani tra cui 9000 ebrei, e di serie B, gli esponenti delle forze armate che rifiutarono di diventare repubblichini. «Non so che male possano aver fatto i militari - scrive Sacco in un’ulteriore missiva indirizzata a Campora - per essere classificati diversamente dagli altri 44.448, però è un dato che mi incuriosisce». E continua: «La Resistenza che viene ricordata è una ma chissà come mai in essa non sono contemplati i 700mila internati nei lager di Sandbostel, Wietzendorf, ecc. ecc.».
Sarà abbastanza il motto «non muoio neanche se mi ammazzano», usato da Guareschi durante per la prigionia, per resistere a Campomorone?