la resistenza vista dai lettori

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L’immagine non può essere

soltanto una svista
Cari amici trovo che la foto del «25 aprile» taroccata, non sia una ingenua omissione ma una vera e propria costruzione ad artem. Non solo le armi ma bensì le azioni ad esse connesse non screditano, ma lasciano un’ombra di grigio sulla così detta Liberazione, sulla lotta partigiana fatta di imboscate; non solo quindi episodi eroici ed epiche diffide. Burlando e la sua ciurma è andato ancora una volta contromano e con il piede pigiato sull’acceleratore, del resto non è la prima e non sarà l’ultima volta per sua e nostra sfortuna.

Libertà.
Amo / il canto libero, / viene / dal cuore, / ritmi magici / fotogrammi / un paradiso / per noi. / Nei racconti / grigi che non so; / di sangue / armi / e ritmi / alla «Bella / ciao». / Il canto libero / il mio cuore / ora / sono ok!!!
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Come storico mi fa ribrezzo

quel falso ideologico
Come amante della storia e storico appassionato (passi la tantologia) a proposito di «25 Aprile 2009» dobbiamo dare l'esempio di una Italia rinata e sana Aldo Gastaldi - Bisagno (1921-1945) e sotto il simbolo della Regione Liguria e peraltro con foto taroccate, dove al posto di Bisagno c'è Santo (Elvezio Massai) (e qui siamo al ridicolo) e non si vedono le armi come nell'originale, a me fa ribrezzo. Come ci si può appropriare di un eroe che forse (ma non tanto forse) fu assassinato dagli epigoni di quelli che forse o senza forse, furono i suoi omicidi e cioè i partigiani comunisti.
Il commento a quanto scritto dal dottor Iginio Narici: «Conoscevo Bisagno, quel manifesto insulta la sua memoria» mi trova pienamente consenziente.
Il dottore suddetto aggiunge: «Ma come. Ci pensiamo adesso a citare o meglio ad appropriarsi di una frase di Bisagno, facendo finta di dimenticare le circostanze della sua morte». Ed allora riaffiorano ancora una volta i ricordi: «Lo so bene cosa si è sempre ricordato di Bisagno, il massimo esponente della Resistenza in Liguria morto (ucciso?) a ventiquattro anni, quando era un «leader» ascoltato e rispettato. Bisagno, uomo di grande fede religiosa, avversò tutti i totalitarismi, finì i suoi giorni il 21 maggio 1945, ufficialmente in un incidente stradale presso Desenzano. La dinamica dell'incidente non è mai stata ricostruita nei dettagli, si è parlato di una fermata brusca del mezzo su cui era salito Aldo Gastaldi, di una caduta accidentale dal tetto della cabina di guida. Fatto sta che Bisagno venne travolto ed ucciso dalla ruota del camion una parabola di caduta a dir poco acrobatica.
Immediato il sorgere dei sospetti, la morte sarebbe rientrante «nei regolamenti di conti fra fazioni avverse, che ebbero luogo alla fine della guerra».
E la conclusione del dottor Narici appare del tutto convincente: «Ma da qui ad acconsentire in silenzio che usino le frasi di Bisagno gli epigono di quello che lo avversarono in vita, pur militando dalla stessa parte della Resistenza mi pare troppo. Ecco troppo!».
Avevo scritto allora che forse (anzi senza forse) Aldo Gastaldi fosse stato assassinato o fatto assassinare dagli stessi partigiani (comunisti) e che da essi aveva subito minacce ed attentati durante la Resistenza, fra cui uno sventato proprio da Santo e dai suoi Alpini, perché avvenuta la Liberazione, aveva deciso di regolare tutti i conti «per i delitti commessi proprio in nome della Resistenza».
E la testimonianza di quanto da me affermato viene confermata dal libro scritto da Elvezio Massai (Santo) e Pier Lorenzo Stagno su Bisagno.
Ma se ciò non bastasse da altro mio articolo del 15 Marzo 2006 appare chiaro che «al di sopra di tutti i comandanti partigiani vi fosse una regia occulta, naturalmente di matrice comunista, alla quale era affidato di decidere ogni caso» ed uno di questi «capoccia» era il famoso (si fa per dire) «Rolando» (Anelito Barontino ex deputato comunista, che tempo fa comparve come agente del Kgb sovietico nel «dossier Mitrokin»).
Ad Elvezio Massai, il partigiano «Santo» fedelissimo di Bisagno, chiesi: «Bisagno fu ucciso?» rispose: «Tutti o quasi lo sanno, ma non si può dire e del resto nel libro scritto da me e da P.L. Stagno tutto è piuttosto specificato».
Si suppone anche che Bisagno potesse essere stato avvelenato in occasione del suo viaggio a Desenzano. Alla fine della guerra Elvezio Massai aveva preso accordo con il fratello di Bisagno per fare una autopsia sul corpo dell'eroe, ma non si venne a capo di nulla, perché il fratello di Bisagno (chi sa perché!) (o forse perché bene perché!) decise con il Sen. Raimondo Ricci, allora Presidente dell'Anpi (e pensare che adesso Presidente dell'Anpi è l'ex destrissimo ed ora sinistrissimo Oscar Luigi Scalfaro) di non volerne più sapere, nonostante che le sorelle di Bisagno concordassero con Santo, che tra l'altro aveva interpellato un cugino di Bisagno stesso, illustre chimico, che aveva assicurato il suo interesse e che forse anzi senza forse avrebbe potuto risolvere il problema e tutta la storia sulla morte dell'Eroe.
Ecco perché si può concordare con l'intervento del medico amico di Bisagno.
A conclusione di questa mia nota mi auguro che finalmente sia fatta piena luce sulla fine di Aldo Gastaldi e di tanti altri eroi della Resistenza tristemente scomparsi o forse meglio fatti scomparire.
professor Prospero Schiaffino
2ALTRO CHE LIBERAZIONE
Una data di litigi e ripicche

e non di riappacificazione
Molto si parla sui giornali, alla radio e televisione, in questi giorni, delle celebrazioni sul 25 aprile. Mi pare che quest’anno, il dibattito verta maggiormente sulla differenza tra partigiani bianchi o rossi, nonché sugli americani che combatterono e morirono in Italia. Da ambo gli schieramenti viene sbandierata questa data, per una festa di «riunificazione nazionale», ma spesso è di disunione nazionale. Mai però, viene ricordato che la guerra civile venne combattuta da due opposte fazioni e da ambo le parti vi furono innumerevoli morti che credevano nella loro causa. Nessuno ricorda infatti, i morti dei «perdenti» (mio Padre, Antonio Canevaro, fu l’ultimo Commissario prefettizio di Genova e fu gettato vivo, dai partigiani, in un forno di Sestri Ponente) senza nessun regolare processo. Solo un giornalista ripetutamente dichiarato di sinistra, Giampaolo Pansa, ha ricordato in un suo libro, «Il sangue dei vinti», il sacrificio dei fascisti che per l’ideale che professavano, persero la vita nella guerra civile. In quel libro c’è anche un capitolo che ricorda l’ultimo Podestà di Genova. In nome della ripacificazione nazionale, sarebbe di grande conforto il ricordo anche delle morti fasciste.
L.Canevaro
2E GLI ALTRI?
Ricordiamo anche i soldati

che morirono per liberarci
Che sia la volta buona per ricordare anche Americani, Inglesi, Polacchi ecc. venuti a morire in Italia nel corso della seconda guerra mondiale e delle cui spoglie sono pieni i tanti «War Cimitery», per esempio in Toscana? Montanelli sosteneva che senza il loro intervento i nostri Partigiani rossi o bianchi che fossero non avrebbero mai avuto ragione delle truppe tedesche. Determinante l'intervento degli alleati anche se mai una volta nella commemorazione del 25 aprile ci si è ricordati di loro. Forse per la paura che il merito non fosse più soltanto dei nostri Partigiani. Ma se la Storia è Storia c'è anche il dovere di onorarla con la verità anche se non ci aggrada.
Giuseppe Torazza Genova
2A PROPOSITO DI NAZIFASCISTI
Il più grande furto? Fu quando

tolsero alle donne le fedi nuziali
Un elogio al direttore del Giornale Mario Giordano per la brillante idea di pubblicare tutta la storia del dopoguerra in 50 volumi. Tutto ciò serve a rivivere (e non dimenticare) certe crude realtà di cui molti giovani - ma non solo - sono ignari. Gli ultimi due libri che ho letto - «Oro alla Patria» e «Italiani nei lager di Stalin» - portano i lettori a scoprire assurde «utopie» cariche di profonda ingenuità, se non ignoranza. Le esperienze del nazifascismo nero e le dittature del sistema rosso comunista assai simile nostrano. La guerra di Eritrea, Etiopia «Il Sol dell’Avvenire» Mussolini per continuare la sua Imperialistica invasione dell’etiopia ebbe bisogno degli anelli d’oro delle coppie sposate (sic). Un giorno in un reparto di filatura, entrarono dei camerati accompagnati dalla direzione. Fermarono le macchine e invitarono tutte le donne a riunirsi dinanzi a loro. Un bel discorsetto sull’oro per salvare la Patria e l’esigenza di raccogliere le vere delle donne. Nessuna osò reagire, e pian piano sfilarono dal dito l’unico gioiello in loro possesso, che era anche un pegno d’amore. Poi ritornarono al loro lavoro, asciugandosi di nascoste amare lacrime...
Il furto più grande che il fascismo abbia fatto è stato togliere la fede matrimoniale alle donne tra il 1935/1936/’38 furono raccolte 2.140 tonnellate di bronzo, alluminio, nickel ed altri metalli tra cui 33 tonnellate di posate e 89 tonnellate di casse di orologi. «Il regime per portare avanti la guerra depreda gli italiani dell’anello nuziale» scrive Angelo Del Boca, aggiungendo in una nota a piè pagina: «La rapina fu duplice, perché parte dell’oro offerto alla patria finì nelle tasche dei gerarchi». L’Italia per colpa della guerra era alla fame molte famiglie, anche se civili, posseggono appena un materasso di lana, altre materasso di crine vegetale e di lana soltanto per i cuscini, acquistati con sacrifici e riguardati con comprensibile gelosia. Si comprende, pertanto, che pur ispirandosi al devoto spirito patriottico, esse si privano assai malvolentieri di quanto viene richiesto.
Per non dimenticare.
In quanto agli infatuati e credenti nel comunismo la storia contemporanea ci insegna che nessuna delle due ideologie ha portato vantaggio ne’ all’Italia ne’ alla Germania ne’ all’Europa ne’ alla Russia, perché con la caduta del Muro di Berlino cadde assieme il nazifascismo e la potenza dell’imperatore giapponese. Se nella grande guerra ci furono 1500000 i morti 10 milioni di soldati e 5 milioni di civili rimasti sotto i bombardamenti, invece nella seconda guerra i morti tra soldati e civili furono da 33 a 40 milioni.
Per non dimenticare.
Gli antifascisti che emigrarono in Russia poscritti da Mussolini moltissimi morirono nei campi di lavoro «Gulag» soprattutto nelle miniere d’oro di Kolyma (Siberia nord orientale) in un clima dove l’inverno dura 7 mesi con temperature di 50/65 sottozero con 14/16 ore di lavoro dove ci volevano 4000 calorie al massimo ne ricevevano 1000! Kolyma fu definita «l’Auschwitz sovietica» - vedi Arcipelago Gulag - dove Solgeniskin vi trascorse 17 lunghi anni.
Per non dimenticare. Fratello di un partigiano
Celso Vallarino