Resta improbabile l’invasione di terra

Andrea Nativi

Non c’è un’invasione israeliana terrestre del Libano, almeno non ancora, perché gli obiettivi dell’attuale operazione militare sono limitati e possono essere conseguiti in modo relativamente economico e senza esporre troppi soldati ai rischi del combattimento. Si utilizzano principalmente mezzi aerei e navali, mentre operazioni terrestri sono condotte solo nella fascia a ridosso del confine tra i due Paesi.
I comandanti israeliani vogliono ottenere risultati strategici sia politici sia militari: da un lato aumentano la pressione sul governo di Beirut affinché controlli le forze di Hezbollah, dall’altro hanno l’occasione per ridurre le capacità offensive e il ruolo del Partito di Dio. E intanto utilizzano i progressi compiuti in questi anni in termini di tecnologie militari e dottrine di impiego.
I caccia israeliani non hanno faticato per conquistare il pieno dominio dei cieli, visto che il Libano non ha aviazione militare e dispone di una difesa aerea non significativa. I cacciabombardieri hanno provveduto ad attaccare i radar di sorveglianza aerea militari che, se non altro, permettevano agli ufficiali libanesi e probabilmente ai siriani di avere un quadro della situazione aerea. Ora aerei ed elicotteri possono operare impunemente, devono però non esporsi ai missili antiaerei spalleggiabili. E i velivoli senza pilota possono tranquillamente sorvolare e rimanere in posizione sulle zone di interesse per giorni interi. Le unità della marina invece hanno bloccato i porti, compresi quelli di Tiro, Sidone e Tripoli. Insieme, dal mare e dal cielo, possono colpire con armi di precisione gli obiettivi di Hezbollah pre-identificati dall’intelligence. In realtà non c’è poi molto da attaccare, e oltre agli obiettivi militari (tra cui alcuni depositi di razzi utilizzati contro Israele, almeno uno dei quali conteneva ordigni a lunga gittata Fajir-3 di fornitura iraniana) si è presto passati a bersagli strategico-politici: le stazioni trasmittenti radiotelevisive, le sedi principali del movimento. Non sono mancati attacchi contro infrastrutture libanesi selezionate. Ma sono comunque azioni controllate per quantità e intensità.
Anche i raid, le ricognizioni in forze, i pattugliamenti condotti dall’esercito israeliano in una fascia di una ventina di chilometri dal confine puntano solo su capisaldi, basi, depositi, infrastrutture di Hezbollah ben note. Il movimento sciita è rimasto sorpreso dalla portata della reazione militare israeliana e sta subendo perdite. Ma non in misura significativa.
Al di là di qualche imboscata e scontro a fuoco, la reazione di Hezbollah è consistita in 200 razzi sparati contro Israele. Hanno provocato due morti, un centinaio di feriti e pochi danni materiali. La popolazione civile è spaventata, ma in termini militari questi bombardamenti non hanno significato. Certo l’incapacità di Tsahal, l’esercito israeliano, di fermare i lanci dei razzi dopo oltre 72 ore di operazioni è uno smacco che brucia, ma di fatto gli uomini di hezbollah non riescono a effettuare un vero bombardamento, malgrado abbiano usato spie e osservatori per definire gli obiettivi, le postazioni di lancio, le indicazioni di massima per puntare i loro ordigni.
L’iniziativa resta dunque saldamente in mano ai comandanti israeliani, che, come spesso accade per Israele, sperano di ottenere il massimo risultato politico e militare prima dell’intervento della comunità internazionale. Ci sono invece poche speranze, malgrado le risorse mobilitate, di individuare il covo dove i soldati israeliani prigionieri sono stati segregati. Forse a Hezbollah converrebbe liberarli, ma i duri dell’organizzazione non ne vogliono sapere. E Israele così può continuare a martellare i suoi nemici più pericolosi.