Restituiamo il futuro alle giovani musulmane

Si è dovuto aspettare il reportage di un programma televisivo per vedere irrompere nel dibattito politico il problema delle misure da prendere contro l’estremismo che imperversa nelle nostre moschee. Cambierà qualcosa? Non ne sarei troppo sicura. Passano i giorni e non c’è una sola moschea cui siano stati apposti i sigilli come dovrebbe avvenire per qualunque associazione, religiosa o no, che si pone fuori dalla legge.
Nessun imam è stato accompagnato sotto scorta alla frontiera, non fosse altro che per dare un segnale di solidarietà ai tanti musulmani per bene che di quell’estremismo sono le prime vittime. I musulmani liberali e moderati che vorrebbero ci occupassimo seriamente anche di altri santuari del fondamentalismo, per esempio le scuole islamiche che si moltiplicano nel nostro paese e dove non si scherza quanto a prediche e insegnamenti contro i cristiani, le donne e gli ebrei. Passando magari a discutere anche del problema del velo nelle scuole italiane come chiede la grande maggioranza delle nostre immigrate, preoccupate di garantire alle loro figlie un’educazione senza pericolosi steccati di separazione dai loro coetanei di altre nazionalità. Ma qui si contano le parole, nemmeno le inchieste di Anno Zero riescono a smuovere la prudenza e l’indifferenza di chi sta al governo, quasi non fosse evidente il filo che lega il velo all’estremismo islamico e la discriminazione che esso introduce nelle nostre scuole non fosse un fatto incontestabile oltre che inaccettabile. Siamo per la libera scelta del velo, si dice, parole, appunto, che servono solo a lasciare le cose come stanno. Ho davanti a me la lettera di Alis, una pakistana di 15 anni, inviata proprio in questi giorni a una delle associazioni dell’immigrazione di fede musulmana: parla della sua vita in una nostra scuola pubblica, degli amici che aveva in classe, uno in particolare, un italiano, con il quale si sentiva un po’ fidanzata, come ci si sente a quell’età. Racconta che il velo qualche volta se lo toglieva e lo lasciava cadere sulle spalle quando entrava in classe, giusto per non sentirsi troppo diversa, faceva lo stesso quando andava al bar del paese a incontrare gli amici. «Ma poi qualcuno deve averlo detto ai miei genitori e sono cominciate le botte, tante da perderne il conto… ». E con le botte, le minacce e i controlli finché il giorno che è stata sorpresa ancora una volta senza velo suo padre l’ha trascinata fino al bar del paese dove si trovavano i suoi amici, con la testa avvolta in un velo che le lasciava scoperti solo gli occhi e davanti a loro l’ha chiamata ripetutamente e ostentatamente per nome perché capissero bene chi fosse e quanto fosse differente da loro quella ragazzina impaurita e infagottata. E quando ha ordinato per lei una bevanda e il barista ha avvicinato il bicchiere, lo ha pulito lentamente dove era stato toccato dalle mani di un infedele prima di porgerlo alla figlia. La lettera di Alis si conclude come tante altre lettere di adolescenti musulmane che hanno vissuto la stessa esperienza, prese in ostaggio dal loro mondo quando provano ad aprirsi un varco in quell’altro mondo in cui vivono e con il quale vogliono solo incontrarsi: «Ho perso tutto, gli amici, il mio ragazzo, a scuola e fuori nessuno mi avvicina più come prima, non ho più niente, voglio solo fuggire via, la notte quando chiudo gli occhi penso sia meglio non svegliarsi più».
Il velo nelle scuole non deve cadere per legge ma per cultura, sostiene il ministro Ferrero. Bisognerebbe avere il coraggio di ripeterlo anche a ragazze come Alis che proprio dalla cultura del velo e proprio nelle nostre scuole, vengono ricacciate in un angolo buio dal quale guardano al loro futuro come a qualcosa cui è perfino possibile rinunciare.