La Rete è troppo cartesiana Strappiamola con Heidegger

La dittatura della connessione è figlia del «cogito» Un sano esistenzialismo può ridarci la libertà

Daniele Abbiati

La turista straniera, in mezzo alla folla del sabato pomeriggio nel centro della città, cerca la «via Tal dei Tali» sul cellulare. La turista è esattamente sotto la targa con scritto «Via Tal dei Tali» e, guardandosi intorno smarrita, a un tratto alza lo sguardo e legge la targa. Tuttavia non si fida, né tanto meno chiede conferma a chi le passa accanto. Riabbassa lo sguardo sul telefono e, finalmente rassicurata, imbocca la via.

Il ragazzo è nel bar pieno come un uovo di tifosi vocianti, a guardare la semifinale di Champions League. Ma il ragazzo non osserva lo schermo enorme della televisione, bensì quello piccolo del suo smartphone: la guarda lì, la partita, per vedere con circa due secondi di anticipo ciò che gli altri vedranno con circa due secondi di ritardo.

Una lei e un lui che forse formano una coppia siedono faccia a faccia a un tavolino del ristorante. Non si guardano, non si parlano. Digitano sui rispettivi telefoni: stanno facendo le ordinazioni. Ogni tanto sorridono, però senza mettere «gli occhi negli occhi», come direbbe un vecchio poeta: si stanno anche scambiando messaggi su WhatsApp.

La turista, il ragazzo e la potenziale coppia hanno molto, moltissimo, dentro i loro cellulari, una gran parte della loro vita. Ciò che non hanno è invece fuori da quegli aggeggi e, quel che è più grave, visto come si comportano, è fuori anche dai loro corpi. A quelle quattro persone qualsiasi che abbiamo colto in posti qualsiasi in momenti qualsiasi, manca ciò che Martin Heidegger definirebbe l'«Esser-ci», per non parlare della più evoluta consapevolezza di «essere-nel-mondo».

Hans Ulrich Gumbrecht, pur essendo tedesco come Heidegger (ma da anni cittadino statunitense), e pur tenendosi ben accosto al solido caposaldo esistenzialista rappresentato dall'autore di Essere e tempo, per indicare ciò che l'umanità del Terzo millennio sta smarrendo usa una parola più piana e che dovrebbe essere familiare a tutti, inclusi i quattro di cui sopra: «presenza». E allora perché ha titolato il suo libro Il nostro ampio presente (Bompiani, pagg. 184, euro 12, traduzione di Alberto Comparini)? Perché il problema è proprio lì, nell'eccessiva, bulimica, sempre crescente, come quella dell'universo in espansione, ampiezza che il «presente» ha assunto nella nostra vita. Oggi, dice Gumbrecht, il «presente» che ci viene imposto dalla tecnologia globalizzata, il «presente» che portiamo in tasca o in borsetta e che ci permette di essere, tramite Google Maps, in Arkansas mentre stiamo a Milano, o di sapere chi ha scritto il tale libro, anche se non lo sappiamo, o di dialogare via mail, da Parigi, con uno zio che sta a Pechino, non soltanto si è mangiato in un colpo solo sia il passato, sia il futuro: ha anche messo in un angolo lo spazio, la materialità, la «presenza» corporale. L'«ampio presente» è istantaneo, si accende con un clic, ma quel clic è come quello dell'interruttore: interrompe la «presenza» materiale, fisica.

Teorico della letteratura e soprattutto studioso dell'epistemologia del quotidiano, Gumbrecht ammette che riportare l'attenzione sulla «presenza», liberamente esperita o non esperita dai singoli e diluita come una goccia nell'oceano dell'«ampio presente», richiede un lavoretto non di poco conto, richiede cioè una «critica della metafisica occidentale». In particolare, richiede di ri-bilanciare il rapporto, oggi impari, fra res cogitans e res extensa. Per carità, tanto di cappello a Cartesio per averle distinte una volta per tutte con l'affilata spada del cogito, ma ormai quello della res cogitans è diventato un autentico regime dittatoriale che ha messo in gattabuia la res extensa.

Comunque alcuni segnali di rivolta, se non proprio di rivoluzione, secondo Gumbrecht si avvertono. Gli eventi sportivi, durante i quali l'«intensità focalizzata» del centometrista o del centravanti determina il «reincantamento» degli spettatori, sono i più evidenti, e poi c'è la struggente riappropriazione del corpo tramite piercing e tatuaggi, e c'è la regionalizzazione (nella lingua, in cucina ecc.) come contraltare alla globalizzazione uniformante, e c'è la filosofia di vita green (che tuttavia, per diffondersi, deve irradiarsi nell'«ampio presente»...). Consapevoli del fatto che stiamo rischiando la «fusione protesica con i computer», in ossequio al dogma della «raggiungibilità universale» che è un «principio democraticamente schiavizzante», gli insorgenti, con uno slancio di sapore romantico, sono convinti che «è meglio soffrire di un desiderio insoddisfatto piuttosto che perderlo completamente».