«Rianimare i feti anche se i genitori dicono no»

L’intervento dell’organismo istituzionale: «Le cure devono essere garantite anche se l’età gestionale è inferiore alle 22 settimane»

da Roma

È un dovere per il medico rianimare e curare un feto prematuro vitale. In ogni caso. Anche se la sua età gestazionale è inferiore alle 22 settimane e soprattutto anche se i suoi genitori sono contrari alla rianimazione. Evidente il conflitto che potrebbe nascere in caso di aborto volontario. Questa volta non si tratta dell’opinione di un gruppo, per quanto autorevole, di ginecologi e neonatologi appartenenti ad Università romane, ma del parere del Comitato nazionale di Bioetica, Cnb. Una presa di posizione ufficiale, da parte di un organismo istituzionale che ha il potere di orientare i criteri per le scelte legislative in materia di pratica medica.
Quello dei prematuri è un tema molto controverso. Soprattutto da quando il progresso tecnico della scienza ha messo a disposizione dei nati pre-termine macchinari sofisticati che rendono possibile la loro sopravvivenza anche una volta al di fuori del grembo materno. Dopo varie e contrapposte prese di posizione su quando e come assistere i prematuri ecco un parere forte che non mancherà di suscitare reazioni divergenti.
Già dentro il Cnb si è consumato uno scontro. Il documento non è stato votato all’unanimità ma con sei voti contrari. Uno era quello del ginecologo Carlo Flamigni.
Qual è il principio sostenuto dalla maggioranza dei membri del Cnb? Lo spiega il vicepresidente, il professor Lorenzo d’Avack. «Si ritiene che il feto debba essere rianimato sempre se è vitale - spiega il professore -. Non è eticamente accettabile porre paletti temporali per fissare a partire da quale età gestazionale si debba procedere alla rianimazione del feto».
Ancora più delicata la questione che riguarda il parere dei genitori. «È chiaro che è sempre opportuno cercare una linea condivisa con i genitori che vanno costantemente informati - prosegue il vicepresidente -. Tuttavia nell’eventualità che in presenza di un feto vitale fortemente prematuro non si giunga ad una posizione condivisa allora deve essere prevalente la decisione del medico a favore della rianimazione. A meno che si tratti di terapie sperimentali allora il parere dei genitori sarebbe vincolante».
Il neonato ha a tutti gli effetti «uno stato giuridico di persona e la nostra Costituzione riconosce ad ognuno il diritto alla cura» a prescindere «dalla prospettiva sulla sua qualità di vita», ovvero anche in presenza di gravi handicap, conclude D’Avack.
E in caso di aborto volontario? «La legge 194 parla chiaro e impone la rianimazione del feto», spiega Francesco D’Agostino, presidente onorario del Cnb. «Di qui i possibili conflitti. La donna ha diritto ad abortire ma non ha diritto di decidere se rianimare o meno il feto che si presenti vitale», prosegue D’Agostino.
Assolutamente contrario Flamigni. «Il parere dei genitori in questi casi deve essere sempre vincolante», sostiene il ginecologo.
Ora la parola passa al Consiglio superiore di sanità al quale il ministro della Salute, Livia Turco ha chiesto un parere proprio sui «grandi prematuri».