La ricchezza (nella Rete) delle nazioni

È molto interessante e val la pena di leggere l'ultimo libro di Antonio Pilati. In fondo ne rispecchia perfettamente carattere ed esperienza. Pilati è un uomo che conosce come pochi la rivoluzione digitale, che ha saputo raccontare e prevedere in tempi non sospetti. Ci ha raccontato, da memorabili colonne del Foglio, come televisioni e telecomunicazione sarebbero confluite su un solo mercato. Ma l'ex commissario antitrust e dell'authority delle comunicazioni conosce bene, e si capisce quanto ne sia attratto, anche la politica. Per Guerini ha dunque messo insieme le sue due anime e ha pubblicato un libro da leggere: Rivoluzione digitale e disordine politico.

Insomma le due cose vanno insieme. Non possiamo capire il secondo se non abbiamo compreso appieno il cambiamento del paradigma economico. Ma la sua non è un'interpretazione deterministica: se succede A deve arrivare B. Non ha un taglio sociologico o marxiano. La sua è un'indagine, fatta con le lenti di un liberale appassionato di ciò che vede là fuori. La rivoluzione digitale ha sovvertito l'economia e la società. Ma parallelamente abbiamo assistito al «crollo dell'ordine politico che dava stabilità alle relazioni internazionali». Gli outsider, in entrambi gli ambiti, sono diventati leader. È con loro che ci dobbiamo confrontare. Per chi ne fosse appassionato ci sono splendidi capitoli su questa cavalcata digitale, dalla nascita del Mac allo sviluppo all'inizio degli anni '90 della rete. È questo set di cambiamenti, continua Pilati, che ha mutato le relazioni e i poteri di forza tra le nazioni. La tecnica digitale ha inoltre sciolto molti vincoli organizzativi, ha reso possibile l'espansione dei mercati e con il lievito della globalizzazione ha cambiato gli scenari della politica rispetto a sessant'anni di guerra fredda.

Da segnalare infine un capitolo, piuttosto polemico, sulla crisi Volkswagen. Molti, a differenza del default greco di cui tutti si ricordano, tendono a dimenticare la truffa delle emissioni. Pilati ne prende spunto per fare considerazioni più generali, riguardo l'egemonia tedesca: «l'imbroglio Volkswagen è come un getto di acido corrosivo: si sgretola un cartello di idee, il tema delle regole si svela come una funzione interessata... Il custode delle regole si svela che truffa su scala globale, ma appare anche chiaro che le norme sono fabbricate non tanto come garanzia collettiva ma come individuale strumento di offesa nella competizione economica e politica».

I populismi, continua Pilati, sono in estrema sintesi effetti collaterali di questa rivoluzione: da una parte gli assetti di mercato e sociali sono mutati e dall'altra la dinamica delle relazioni tra Stati ha cancellato ulteriori sicurezze. In mezzo i cittadini. C'è poco da stupirsi o, peggio, da scandalizzarsi.