La ricerca medica? Si fa al Nord Ma i fondi statali vanno al Sud

Ma quale meritocrazia. In Italia i fondi statali per la ricerca scientifica in campo medico sembrano distribuiti in base al clima. Più un’università può assicurare inverni miti ed estati assolate ai suoi medici ricercatori, più è premiata dallo Stato. E così succede che la facoltà di medicina della Statale di Milano, che il Censis pone al primo posto tra tutti gli atenei italiani per la produttività scientifica, riceva poco più della metà dei finanziamenti che vanno alla Sapienza di Roma, che nella stessa classifica è invece al tredicesimo posto. Sarà colpa della nebbia?
A dare l’idea dell’assurdità del sistema di ripartizione dei «Prin» (fondi per il finanziamento dei programmi di ricerca di interessa nazionale, gestiti dal ministero della Pubblica istruzione) ci ha pensato il Corriere della Sera, che ha incrociato i dati della produttività scientifica delle facoltà (ricerca Censis) con i finanziamenti ottenuti da Roma. Il risultato è sconcertante: gli atenei del Centro e del Sud, nonostante producano mediamente molto meno in termini scientifici di quelli settentrionali, ricevono più soldi di tutti. E così se Milano incassa la metà dei fondi della Sapienza (1,23 milioni a fronte di 2,38 milioni), l’università di Torino, secondo polo scientifico per produttività, riceve la metà dei finanziamenti che vanno alla Federico II di Napoli, che nella classifica Censis si piazza appena undicesima ma in quella dei finanziamenti occupa il secondo gradino del podio.
Non è tutto: più di Milano e Torino ricevono anche le università di Roma Tor Vergata (terza per destinazione dei fondi pubblici), di Siena, di Firenze e di Bologna; tutti poli scientifici meno produttivi della Statale, ma per lo Stato più meritevoli di danari. Altro mistero, il caso delle università di Padova e di Brescia, che dal basso dei loro miseri 850mila e 720mila euro ricevuti ogni anno dal ministero battono di gran lunga in produttività scientifica le tre università più «ricche».
Nell’attesa che qualcuno sveli le logiche dietro a questo paradosso, una considerazione sorge spontanea: l’Italia, che nella ricerca scientifica investe appena l’1,2% del Pil (contro una media Ue dell’1,9%, dato che ci pone dietro a Slovenia, Repubblica Ceca e Portogallo), non è certo il Paese che può permettersi questi sprechi. Perché se i 16 miliardi che Roma dedica ogni anno allo sviluppo scientifico (rispetto ai 60 miliardi della Germania o ai 40 della Francia) sono spartiti seguendo logiche clientelari, la tanto denunciata fuga dei cervelli non potrà che continuare. Forse, alla luce di questi dati, cambierà destinazione. Non più all’estero, ma al Sud.