Le ricette europee fanno male alla salute

Ci voleva una direttiva europea per introdurre anche in Italia un principio che non è affatto scontato: per lavorare bene, tra un turno e l'altro bisogna riposare un certo numero di ore continuate. Undici, per essere precisi. E nell'arco dei 7 giorni lavorativi è obbligatorio un giorno di riposo di 24 ore ininterrotte. C'è voluto tempo perché l'Italia si adeguasse: la prima norma è stata varata da Bruxelles nel 1993. Da noi erano gli anni di Mani pulite, c'era altro cui pensare prima di mettersi in riga con gli orari di lavoro. Altri aggiustamenti sono stati decisi nel 2000 e poi nel 2003. Ci siamo presi anche un richiamo ufficiale della Commissione europea perché gli operatori sanitari, e in particolare medici ospedalieri e infermieri, non rispettavano le disposizioni. O non erano nelle condizioni di rispettarle.

MEGLIO TARDI CHE MAI

Non siamo stati i soli a ignorare gli standard, eravamo in compagnia di Francia, Grecia e Irlanda. Ma la sostanza non cambia. La legge è arrivata nel 2014, 21 anni dopo la prima indicazione comunitaria. Ovviamente l'adeguamento è avvenuto all'italiana, cioè in base all'immortale principio dell'arte di arrangiarsi. Perché il diritto al riposo nessuno lo nega, ma in un Paese dove il settore pubblico è una groviera di sprechi da tagliare, l'applicazione dell'orario europeo (sarebbe più giusto chiamarlo orario del buon senso) garantisce sicurezza e rispetto dei diritti dei lavoratori, ma rischia anche di fare collassare il sistema. Soprattutto nel settore della sanità, quello che più si regge sui turni ed è maggiormente colpito dai tagli di spesa. La sanità pubblica si deve muovere tra blocchi del turnover, un contratto collettivo di lavoro e relativi stipendi fermi da otto anni, organici che invecchiano progressivamente, regioni in dissesto finanziario doverosamente ingabbiate nei piani di rientro per non costringere le altre a pagare due volte. Lo strumento per affrontare le emergenze erano gli straordinari. Ma la legge sull'orario europeo ha costretto a rivoluzionare il sistema, o almeno avrebbe dovuto farlo. All'estero le misure sono state svariate: diversa organizzazione dei turni, estensione delle attività che potevano effettuare gli infermieri, nuove assunzioni, aumento del budget per gli straordinari, più contratti libero professionali come in Belgio e Polonia, dove molti medici ospedalieri dipendenti hanno preferito un contratto in libera professione per non dover sottostare ai vincoli normativi.

L'Italia ha applicato una sola, semplice regola: siccome non ci sono soldi, si fa con quello che c'è. Niente assunzioni o quasi (soltanto il 20 per cento delle aziende sanitarie ha fatto tra 10 e 40 assunzioni spesso a tempo determinato), ma un recupero di produttività senza oneri aggiuntivi, con un surplus di precariato, la trasformazione di ore di servizio in reperibilità e un maggiore interscambio tra i medici di turno.

Tuttavia quando si lavora in ambiti di alta specializzazione anche la fungibilità è molto relativa e potrebbe produrre più danni che miglioramenti. E anche il passaggio di consegne tra medici rischia di complicare le cure. Perciò si è andati avanti a furia di deroghe. Come le tre scimmiette, non si vede, non si sente e tanto meno si parla.

Ora però che si ridiscute il contratto degli statali, la questione è venuta alla luce assieme al coacervo di contraddizioni che ha accompagnato in questi anni l'applicazione dell'orario europeo. Uno studio dell'università Bocconi per la Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) ha messo in luce le maggiori criticità. Il mancato rispetto delle norme riguarda nel 55 per cento dei casi il riposo giornaliero, per il 18 per cento lo sforamento del tetto delle 48 ore settimanali (straordinari compresi) e per il 16 per cento le 24 ore continuative di riposo nell'arco della settimana. La regolarità del servizio è stata garantita da una riorganizzazione del personale soltanto in poche situazioni fortunate. Invece che prendere il nuovo orario europeo come occasione per rimettere mano alla gestione della sanità pubblica, si è tirato a campare. Magari andando a discutere su cavilli interpretativi delle norme per eluderle. Nella maggior parte degli ospedali si è fatto ricorso a misure tampone: rinvio delle ferie, riduzione dell'attività di formazione, contenimento delle riunioni di gruppo, aumento delle ore di straordinario. Anche i pazienti hanno subito ripercussioni, con liste d'attesa più lunghe e meno prestazioni erogate.

LE MISURE TAMPONE

La necessità di garantire turni adeguati di riposo a medici e infermieri è stata risolta riducendo i servizi sanitari ai cittadini. La colpa però non è dell'Europa ma dell'Italia. La ricerca della Bocconi individua quattro grandi aree maggiormente colpite dalle criticità: il comparto operatorio e chirurgico (23,5 per cento), emergenze e urgenze (22,8), le terapie intensive (19,1), le degenze (16,2). Il rispetto degli orari resta dunque una beata utopia, e dove si riesce a conformarsi alle regole europee questo va a scapito della formazione e dell'aggiornamento professionale, che nel settore sanitario non è proprio un optional riservato a chi se lo può permettere. In certe situazioni i medici hanno preferito gettare il cuore oltre l'ostacolo prolungando la permanenza in ospedale senza timbrare; ma nemmeno questa è una soluzione accettabile, anzi nascondere la polvere sotto il tappeto contribuisce a complicare le cose.

D'altra parte, la capacità tutta italiana di adattarsi ha salvato la baracca, perché un'applicazione formalistica del dettato legislativo con i nostri vincoli di bilancio avrebbe fatto esplodere il sistema. E l'orario europeo va ad aggiungersi ad altre rigidità, come permessi e certificazioni che da un lato mostrano il volto amico del welfare, ma dall'altro non facilitano l'inserimento di nuove disposizioni. Il rinnovo del contratto potrebbe essere l'occasione giusta per rimettere ordine. La trattativa riguarda soprattutto i limiti alle deroghe: finora la flessibilità ha garantito la tenuta del Ssn, ma le concessioni temporanee non possono diventare permanenti. Le parti puntano a chiudere l'accordo entro la fine dell'anno, ma non sarà facile. Il senso dell'operazione è chiaro: anche al personale sanitario spettano gli 85 euro lordi promessi dal governo a tutti i dipendenti pubblici, e prima si firma, prima si incassa. Anche al governo fa comodo chiudere e fare contenti medici e infermieri: nel 2018 si vota non solo per il Parlamento nazionale ma anche in alcune regioni chiave come Lombardia e Lazio (oltre che Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Molise e Basilicata). E proprio alle regioni tocca la gestione della sanità. Il rispetto della legge con le risorse attuali può essere garantito soltanto con un ulteriore sforzo degli operatori del settore, che però non vogliono più caricarsi inefficienze e tagli di spesa. E la buona volontà non può essere l'architrave che sorregge una riforma così impegnativa.

Commenti

Duka

Mer, 13/12/2017 - 08:56

Ma il primo passo lo esprime la qualità. Pertanto medici della mutua senza alcuna specializzazione, assunti senza alcun concorso e con punteggio di laurea miserevole o appena sufficiente e conseguito nelle università di provincia sorte come funghi negli ultimi 20 anni devono riqualificarsi oppure cambiare mestiere.

Ritratto di centocinque

centocinque

Mer, 13/12/2017 - 10:19

La UE è come l'Aids, se la conosci la eviti

Ritratto di Svevus

Svevus

Mer, 13/12/2017 - 10:59

I medici emettono decine di sentenze ( diagnosi & trattamento )nel giro anche di secondi con turni massacranti, che includono sabati, domeniche,ferragosto, natale, capodanno, epifania e ne sono civilmente penalmente responsabili con stipendi miserevoli ! I magistrati emettono qualche sentenza forse nel giro di anni senza turni massacranti, senza impegno di notti, sabati, domeniche,ferragosto, natale, capodanno, epifania e "praticamente" non ne sono nè civilmente nè penalmente responsabili ( vedere le sentenze ribaltate in appello o in Cassazione ) con stipendi da nababbi !