Come ridurre le tasse

Ed ecco l’Italia ricaduta nelle sue vanità di sempre, che più sono furiose meglio divengono grottesche: siamo evoluti alla politica dei comici di furba follia. Ma contagiosa, tanto da costringere gli altri a ribattervi, quindi a perdersi nel consueto litigio teatrale e irreale, finché una platea d'industriali lombardi si stanca. E, come ieri ha ben raccontato il direttore Giordano, alla fine ti chiede: «Sì va bene, ma le tasse quando le abbassate?». Domanda così sbrigativa da far supporre che chi ci legge certe cose le capisce prima che le si scriva. E supporrei perciò si sia capito anche come contro la piccola ma sana cosa ch’è la Robin tax sia stata orchestrata una vera campagna. Ma i giochi, siano quelli dei petrolieri o delle comiche in recita da passionarie, sempre meno interessano i lettori. Queste recite, si svolgano sui giornali confindustriali o in una piazza dell’eterno teatro romano, sono perdite di tempo. Chi lavora vuole sapere di tasse, farsi spiegare perché non si sia fatto di più di un calo di quelle sugli straordinari, o dell’Ici.
Greve ma ottima questione, sulla quale si è troppo chiosato. E per quanto la risposta vera possa darla solo il cervello di Giulio Tremonti, tuttavia con buon senso si deve discuterne. Mi pare che per prima cosa il governo abbia voluto e dovuto far fronte a quanto chiedeva Maastricht: azzerare il disavanzo nel 2011. E già questo ha richiesto tagli, e di poter fare non troppo per sostenere la crescita. Figurarsi trovare ora 50 miliardi necessari a ridurre di tre punti la pressione fiscale. Cifra enorme, dunque non facile da trovarsi tutta quanta a tre mesi dall’insediamento del governo. Per la qual cosa era sciocco pretendere che un progetto quinquennale di riduzione delle tasse fosse tradotto subito nel Dpef. Per di più nel mezzo di una crisi grave, internazionale, e che può avere nei suoi esiti conseguenze così disparate da rovinare tutti i calcoli. Si pensi, per esempio, alla questione del rapporto tra il debito e il Pil. Quest’ultimo è calcolato a prezzi correnti: è dunque palese che un’inflazione al 4% aiuterebbe a ridimensionare questo rapporto. Dunque un obiettivo d’inflazione programmata imposto dalle manie di Bruxelles all’1,7 sottovaluta il miglioramento del debito in rapporto al Pil. Anche se il miglioramento potrebbe alla fine circa eguagliare l’effetto della svendita delle case popolari, di cui, troppo precipitoso, si è infatuato il ministro Brunetta.
Insomma Maastricht, che non è un Trattato per la crescita, e poi l’imprevedibilità di questa crisi internazionale, fanno capire che il calo di tasse potrà essere graduale, e difficile da stimare. Ma c’è un terzo aspetto da considerare. Una riduzione delle tasse, vera, è impensabile senza una riforma che dia nuova forma allo Stato. Con una Repubblica esausta, com’è la nostra, già i tagli effettuati per Maastricht pongono problemi di ordine pubblico al Meridione. E rifare dalle fondamenta gli Stati non è affare di mesi, è compito, e sacrificio, di molte vite. Per la qual cosa metterei in guardia dagli economisti. Calare le tasse, si deve, si può, persino si farà. Ma farlo con un qualche frutto per la nazione implica prima che parole come comunità, sussidiarietà prendano un loro senso concreto. Costruire un efficace federalismo di comunità, e anzi meglio ancora direi una confederazione, è l’unico modo sano per pensare a una riduzione delle tasse radicale e definitiva, indipendente dai numeretti in sé, fatti solo purtroppo per cambiare e deprimere.
Geminello Alvi