Riello: me ne vado da Confindustria

Stefano Lorenzetto

I Riello che producono condizionatori sono animali a sangue freddo. I Riello che producono bruciatori sono animali a sangue caldo. Alessandro è prudente come il don Abbondio di «quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire». Ettore è ardito come il padre Cristoforo di «avete colmata la misura, e non vi temo più». L’ultima escursione termica fra i due è stata registrata poche settimane fa all’assemblea ristretta di Confindustria a Verona. Il primo si accingeva a lasciare lo scranno di presidente a Gian Luca Rana, rampollo di Giovanni il tortellinaro, e voleva impedire al secondo di esporre le proprie idee, adducendo come motivazione un’inveterata consuetudine per cui gli associati non erano mai intervenuti in quella sede. La reazione è stata: «Se non mi fai parlare, mangio il microfono e ti rovescio il tavolo». Ha parlato.
Mi rendo conto che è inappropriato citare I Promessi Sposi per una saga familiare dove i divorzi sono stati più numerosi dei matrimoni. Il più lacerante resta quello che nel 2000 ha visto Ettore separarsi dal cugino Pilade, oggi editore del Corriere del Veneto, liquidato con 500 e passa miliardi di lire. Quattro anni prima, in lite con Pilade, era uscito di casa l’altro cugino, Giordano, padre di Alessandro, ora dedito ai condizionatori d’aria con Aermec.
Il prode Ettore ha preso il nome dal nonno, morto nel 1947, capostipite della rissosa famiglia che ha le sue radici a Legnago, la più orientale delle piazzeforti che formavano il Quadrilatero durante la dominazione austriaca. Il carattere invece l’ha preso dal padre, Pilade senior, definito dal figlio L’Anomalo e anche «un grandissimo rompicoglioni». Durante la prima guerra mondiale L’Anomalo era stato tornitore di precisione all’Ansaldo. Faceva il turno di notte per poter andare al mattino, con ghette, panciotto e bastone da passeggio, a rimorchiare belle signore sul lungomare di Genova. Tornato a casa, impietrì suo padre, un fabbro meccanico: «Sai che ti dico? Per me la sirena non suonerà più. La suonerò io agli altri». Firmò una montagna di cambiali e fondò la Riello. Correva l’anno 1920. Oggi il gruppo è leader mondiale dei bruciatori e delle caldaie a muro, fattura 545 milioni di euro, ha oltre 2.100 dipendenti e una decina di stabilimenti, fra cui uno in Polonia e uno in Canada, ed è presente con i suoi sette marchi (Riello e Beretta i più noti) in una cinquantina Paesi.
Fanno parte del carattere di Ettore la schiettezza di linguaggio e l’idiosincrasia per i cinesi e i sindacalisti, nonostante intrattenga profittevoli contatti con entrambe le etnie. Ridotti al lumicino, invece, i rapporti con Luca Cordero di Montezemolo e gli attuali vertici di Confindustria, sia romani che veronesi: «Sto meditando di abbandonare l’associazione». Ha fatto sua la lezione del filosofo francese Raymond Aron: «Ci sono persone che non mi piacciono e ho passato la vita a farglielo sapere».
Ettore Riello è separato dalla moglie, ha due figli e vive a Vicenza con Luciana Fioravanti, appartenente alla dinastia della pasta ripiena resa celebre da Carosello («Plin, plin, tortellin, con sei uova di gallina, e un chilo di farina...»). Suo padre, L’Anomalo, rifuggiva i matrimoni come Dracula l’aglio. «Era considerato il vero capofamiglia. Al fratello Giuseppe, che gli chiedeva il permesso di sposarsi, rispose secco: “No’ xe el momento”. Consigliava a tutti di farlo non prima dei 90 anni. Arrivato a quasi 60 si mise insieme con una trentenne, Luisa. Nel ’54 nacque Lucia. “Purtroppo”, commentò lui. E solo a distanza di 60 giorni dal parto accettò di vedere la primogenita. Nel ’56 nacqui io. Avuta la certezza che l’erede era maschio, sette mesi dopo sposò mia madre. Per non avere parenti fra i piedi il giorno delle nozze, fissò la cerimonia a Legnago ma all’ultimo momento trascinò la poveretta in una chiesa di campagna a Collalbrigo, nel Trevigiano, e lì, recuperati come testimoni due contadini che stavano arando, la prese in moglie. Dopodiché telefonò agli ignari invitati che vagolavano per la Bassa veronese e disse loro: “Ci siamo sposati. Potete mangiare”. Andava per i 70 quando infine nacque Roberta. Morì a 83 anni. Un paio di giorni prima aveva scavalcato il cancello di casa perché s’era dimenticato le chiavi».
Proprio vero che i parenti sono come le scarpe: più sono stretti e più fanno male.
«Mio padre doveva sempre mettere un certo numero di chilometri fra sé e loro. Addirittura, pur avendo l’azienda a Legnago, ci portò a vivere a Conegliano, in un’altra provincia. Purtroppo i suoi fratelli andavano a sciare a Cortina. Per evitare che si fermassero a casa nostra lungo il tragitto, d’inverno ci spediva all’Abetone. Ci ho anche fatto alcuni mesi di scuola elementare lassù, fra i lupi. D’estate gli altri Riello andavano in vacanza a Lignano, sull’Adriatico. Allora lui trasferiva la famiglia a Forte dei Marmi, sul Tirreno. È lì che sono nato, il 31 marzo ’56, in casa. Ma siccome il lieto evento fu denunciato in Comune con dieci giorni di ritardo da un amico un po’ smemorato, all’anagrafe risulto nato il 1° aprile».
Un bel pesce.
«A distanza di anni sono riuscito a risalire alla data esatta solo perché mia mamma si ricordava d’avermi dato alla luce il Sabato santo, che nel ’56 cadeva il 31 marzo».
Come mai ha baruffato con suo cugino Pilade?
«Sono arrivato qui nell’82, dopo una laurea in economia aziendale e tre anni passati a certificare bilanci per Arthur Andersen. Assunto come impiegato nel controllo di gestione. Ho trovato un’azienda che fatturava 60 miliardi di lire e ne aveva 30 impegnati in Bot e Cct. Era una banca, non un’impresa. Pilade badava solo a distribuire dividendi agli azionisti per garantirsi a vita la poltrona di presidente. Mio padre, che non ha mai prestato particolare attenzione ai codicilli, negli Anni 60 s’era ritrovato mezzo espropriato dai fratelli. L’ha vissuto come un tradimento familiare».
Perciò lei e Pilade vi siete scontrati subito?
«No. Ero felice e contento, non avevo fretta nel mio stomaco. Ho accettato lealmente di fargli da spalla. Andavamo d’accordo. Mi cullavo nel divenire generazionale. Ma poi Pilade, che è del ’32 e potrebbe essere mio padre, ha rotto con l’altro cugino, Giordano. Questo è avvenuto nel giugno ’96. A settembre, appena sono tornato dalle ferie, le prime tensioni: uscito Giordano, il nuovo avversario da battere ero diventato io, che con le mie sorelle detenevo il 50% della società. Tre anni di guerra guerreggiata. Sino alla firma di un pezzo di carta in cui sancivamo che chi avesse offerto di più all’altro si sarebbe tenuto l’azienda».
Come a un’asta di Sotheby’s.
«Per lui, che si riteneva vincente prim’ancora di nascere, quella rappresentava già una vittoria. Ho avuto la fortuna di affrontare la partita da perdente, con l’appoggio della Banca popolare di Milano. Estenuato da 16 rilanci, ha dovuto mollare l’osso».
È vero che non vi parlate più?
«Continuo a stimarlo. Xe un sacramento de omo. Se va a un congresso di chirurghi, è lui a spiegargli come devono operare. Però mi ha dato tanto, come io ho dato tanto a lui. Credo che la perdita della Riello lo abbia fatto soffrire molto. Avrei sofferto molto anch’io, al posto suo, perché siamo uguali».
Perché in Veneto le dynasty imprenditoriali finiscono sempre con una zuffa in famiglia, vedi i divorzi Marzotto, Coin, Tabacchi, Bisazza?
«E i Bonomi in Lombardia ce li siamo dimenticati? Il passaggio da una generazione all’altra provoca traumi ovunque, non solo nel Nord Est. Di questo ringraziamo anche Cgil, Cisl e Uil».
Non capisco.
«Il nanismo industriale è figlio dei conflitti sindacali esasperati che hanno funzionato come stimolo a far diventare le industrie più piccole, anziché più grandi. Per paura di affrontare le Rsu in fabbrica, ho colleghi che preferiscono non superare i 15 dipendenti».
L’impresa è vista come una nemica.
«A un certo punto sull’onda del ’68 siamo stati costretti ad abolire persino gli auguri di Natale con i regali, per non essere tacciati di paternalismo. Stiamo recuperando solo ora un po’ di civiltà nei rapporti. Alla festa per salutare la chiusura del vecchio stabilimento di Legnago, sostituito da un complesso costato 30 milioni di euro, è intervenuto appena il 60% del personale. Ma quelli che vi hanno partecipato se ne sono andati alle 5 di mattina, tanto è stata bella. Alla seconda festa erano assenti unicamente i malati».
Lei fa cose che nessun imprenditore farebbe. Per esempio ha detto no a un posto nel salotto buono di Mediobanca.
«Io voglio fare il mio mestiere. È già un bell’impegno. Perché dovrei appassionarmi alle Generali se la mia specialità sono i bruciatori?».
Però nel marzo 2000 vendette il 50% al fondo Carlyle, salvo ricomprarselo nell’ottobre scorso.
«Una delle mie sorelle si sentiva più rassicurata con un partner dalle spalle larghe, e Carlyle Group è la più grande azienda privata degli Stati Uniti, con interessi economici in 55 Paesi. Ma non serviva. Non è cambiato nulla. Mi hanno solo scroccato un giro in taxi. E imposto Chicco Testa, il diessino allora presidente dell’Enel, nel consiglio d’amministrazione. Adesso la Riello è tornata nostra al 100%: metà mia, l’altra metà di Lucia e Roberta».
Per mantenere sana un’azienda che cosa si deve fare?
«Intanto bisogna cacciare gli amministratori delegati. Quelli pensano soltanto alle stock option. E siccome la valutazione esatta delle azioni si ha solo nel momento in cui un’azienda viene ceduta, il loro obiettivo finale inconfessato è proprio questo: liquidare la società. Un mio collega mi ha raccontato che il suo amministratore delegato progettava di spostare di 150 chilometri lo stabilimento per avvicinarlo al proprio luogo di residenza. Qui io ho soltanto tre direttori di divisione che amano la Riello, conoscono il prodotto e ricevono premi esclusivamente a risultati conseguiti».
Nel 2001 lei prevedeva di fare in Cina un terzo del suo fatturato. C’è riuscito?
«No, perché era una previsione basata su indagini di mercato sballate. La Cina non cresce affatto ai ritmi che ci stiamo raccontando».
Però fa paura lo stesso.
«Avevo stretto una joint venture con un partner cinese. Ogni giorno sventolava nuove leggi che mettevano in discussione gli accordi firmati una settimana prima. Mi ha fatto la pelle di un’anatra alla pechinese».
Arrosto.
«Adesso mantengo un ufficio commerciale nella capitale. In Cina vendo un sacco di bruciatori. Ma la concorrenza sui prezzi è insostenibile. Una ditta di Shanghai mi ha offerto caldaie di buona qualità, clonazioni perfette delle mie, a 55 euro, franco consegna nel porto di Genova. Fabbricato a Legnago, solo di materia prima e manodopera lo stesso articolo mi costa 120 euro, quindi lo devo vendere a 240. Mi dica lei come si fa a resistere a una simile onda d’urto».
È meglio che me lo dica lei.
«Investo in ricerca, continuo a innalzare la qualità dei prodotti, garantisco la loro funzionalità con un servizio post vendita che occupa 2.000 tecnici manutentori. Però non basterà. Inutile illudersi, la Cina è diventata la fabbrica del mondo. Gli Stati Uniti sono riusciti a tirarsene fuori, loro ormai controllano il software di tutti i business. Ma l’Europa dove va?».
Mettiamo che lei sia il ministro dell’Economia. Arrivano dalla Cina le scarpe a 6 euro. Che fa?
«Intanto gliele rimando indietro. Poi spedisco una commissione sul posto a controllare chi le ha cucite, e se scopro un operaio di età inferiore ai 18 anni quella ditta ha chiuso per sempre con l’export in Italia. Inoltre verificherei dove finiscono gli scarichi. I conciatori della Valle del Chiampo hanno investito miliardi in depuratori, sarà mica che i cinesi possono inquinare impunemente fiumi e atmosfera? Altro che dazi. Quattro regolette semplici semplici».
E magari meno tasse per chi non trasferisce la produzione all’estero.
«Ma per combattere l’evasione fiscale, cancro della nostra economia, basterebbe un’aliquota unica ragionevole, diciamo 30%. E se ti becco a non versarla, ti spedisco alla Cayenna per vent’anni come il peggiore dei delinquenti».
Altre regolette?
«Per costruire il nuovo stabilimento a Legnago mi hanno fatto aspettare i permessi dieci anni. Per aprirlo a Toronto ci ho messo sei mesi. In Germania devo fabbricare lo stesso prodotto in sette versioni diverse per adeguarmi ai regolamenti dei singoli Länder, dopo che già ho applicato le leggi federali, beninteso. Ma siamo diventati matti? Ci rendiamo conto che il 25% dei miei dipendenti è pagato solo per occuparsi di adempimenti normativi, fiscali, previdenziali?».
Non la assiste Confindustria in queste incombenze?
«Lasciamo perdere. Mi siringa 150.000 euro l’anno e non ho ancora capito che cosa mi dà in cambio. E poi all’Associazione degli industriali di Verona rimprovero di non essere libera».
In che senso?
«Ha commesso l’errore di trasformarsi in azionista della società Athesis che controlla i quotidiani L’Arena, Giornale di Vicenza, Bresciaoggi, due Tv, una radio, una concessionaria di pubblicità e la casa editrice Neri Pozza. Insomma, un centro di potere e di godimento per pochi intimi. Che invece di occuparsi degli associati pensano solo a far passerella».
Però quelle aziende sono dei gioielli, se non le avessero rilevate gli imprenditori locali sarebbero finite in mano al gruppo L’Espresso, cioè allo «straniero».
«Mah, se andassimo a vedere il modo in cui già adesso vengono eterodiretti i centri di comando veronesi...».
Che intende dire?
«A me risulta che a Verona tutte le nomine siano ispirate da un prete».
Ma dài.
«Ma sì, uno dei vicari del vescovo. Pare sia stato lui a suggerire i personaggi giusti da mettere all’Ente Fiere, alla Camera di commercio, alla Coldiretti e anche all’Assindustria. Del resto nella vita bisogna aver fede, no?».
Lei chi vorrebbe al posto di Montezemolo?
«Diana Bracco, l’imprenditrice farmaceutica».
Che cosa rimprovera al presidente di Confindustria?
«Di non essere un imprenditore vero. Sarebbe ora che qualcuno tornasse a rischiare il proprio culo invece di fare ingegneria finanziaria con i soldi degli altri. E poi anche Montezemolo dovrebbe occuparsi degli associati, anziché perder tempo a contrastare Stefano Ricucci».
Cosa pensa dell’immobiliarista che sta scalando il Corriere della Sera?
«Lo invidio. Bene o male è venuto allo scoperto con la sua faccia e scardina i poteri precostituiti. Quanto al modo in cui s’è arricchito, consiglierei a Montezemolo di non aprire questo capitolo. In fin dei conti nel Medio Evo per costruire i patrimoni si facevano i matrimoni d’interesse. E non solo nel Medio Evo. Qui mi fermo per carità di patria».
Massimo Riva l’ha bacchettata sull’Espresso perché lei ha dichiarato: «Noi mettiamo l’impegno imprenditoriale, ma devono restituirci quello che ci hanno tolto: inflazione e moneta debole».
«Sono tutti pronti a spiegarti che cosa non s’ha da fare, ormai anche il tabaccaio discetta sulla politica economica. Non mi sembra che gli Usa, ancorché abbiano un’inflazione più alta della nostra, si ritrovino col tasso d’interesse alle stelle. Mi spieghi Riva che cosa s’ha da fare, invece di stare sulla sponda del fiume a contar cadaveri. Io amo il fare, mi adeguo velocemente se mi dà una buona idea. Sono qua che aspetto, mi telefoni».
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