Riforme e più fondi, così il governo ha reso più moderna la giustizia

Quello della giustizia è stato il tema più controverso dell’intera legislatura. La sinistra ha sbandierato, dall’inizio alla fine, lo slogan delle leggi ad personam, cioè a favore di Berlusconi «e dei suoi amici». Il dossier che segue tende a dimostrare alcuni punti fondamentali: i mali maggiori della giustizia italiana sono strutturali e risalgono molto addietro nel tempo, come documentano varie indagini condotte in sede europea e comparative: le modificazioni al sistema giudiziario introdotte dal centrodestra hanno cominciato a risolvere questi mali strutturali, avvicinando il sistema giudiziario italiano a quelli più moderni e in vigore nei principali Paesi civili; le modificazioni, essendo leggi, valgono e varranno per tutti, ed è proprio specifico della universalità della legge non fare casi personali.
Esse hanno ammodernato la giustizia italiana, a beneficio di tutti i cittadini; la guerra senza quartiere dichiarata da alcuni magistrati e associazioni alla politica della giustizia del governo è una guerra, in parte, di conservazione di privilegi, e, in parte, di collateralismo politico alla sinistra. Di recente il capo dello Stato ha ricordato che i giudici non solo devono essere imparziali, ma devono anche apparire tali, cioè non devono dare adito a comportamenti esterni alle aule dei tribunali che possano indurre i cittadini a dubitare della loro correttezza.
P La sinistra accusa: «Servono risorse umane, finanziarie e tecnologiche, e invece gli stanziamenti che erano aumentati dai 7.500 miliardi di lire del 1996, ai 12mila miliardi di lire del 2001, in due anni e mezzo di governo del centrodestra sono scese a 11mila miliardi» (Piero Fassino, Diritto e giustizia, 19 gennaio 2003)
In realtà il bilancio della giustizia dal 2001 al 2005 è cresciuto costantemente, passando dai 6.049,90 milioni di euro del 2000 (equivalenti a circa 12 mila miliardi di lire) ai 7.368,00 del 2005 (equivalenti a 14 mila miliardi di lire). In una prospettiva comparata, la spesa pubblica che l’Italia affronta per i tribunali è di 45,98 euro per abitante, rispetto a sistemi ben più efficienti ma anche meno costosi come la Danimarca (29,80), e la Finlandia (41,0). Ai cittadini inglesi e del Galles i tribunali costano appena 16,89 euro, ai francesi 28,35, agli spagnoli 23,52. (Fonte: European Judicial Systems 2002, Commissione Europea per l’efficienza della giustizia). Il problema, dunque, è semmai riuscire ad ottimizzare il rapporto tra efficienza e costi della giustizia.
P «Alcune ragioni della crisi della giustizia sono da tempo note, ma certamente in questa legislatura la situazione si è aggravata a causa delle scelte del governo e della maggioranza che lo sostiene e di un ministro che può vantare la sostanziale liquidazione di qualsiasi progetto di innovazione e razionalizzazione» (Ignazio Juan Patrone, segretario generale di Magistratura democratica, 16 gennaio 2006).
Nella Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea (2000), discussa al Parlamento europeo nel luglio 2001, si evidenziavano i gravi ritardi dell’Italia nell’amministrazione della giustizia in merito al diritto a un giusto processo. Dalla relazione emergono chiaramente alcune cause della radicata inefficienza del sistema giudiziario italiano.
Tasso di litigiosità. L’Italia presenta un numero di casi portati di fronte alla giustizia tra i più alti d’Europa, specialmente in materia civile e amministrativa. Se, infatti, i casi criminali sono appena 518.000, nel civile si ha un vero e proprio balzo: sono 3.577.307 i casi civili e amministrativi che finiscono in tribunale, più del triplo che in Germania (962.709), il doppio che in Francia (1.594.700) e Spagna (1.339.425). Il numero di controversie di lavoro che finiscono in tribunale nel nostro Paese è addirittura il più elevato di tutti i 40 Paesi del campione: in cifre assolute, 1.551.028 cause, 15 volte più che in Francia, 24 volte più che in Spagna, 38 volte il numero di cause intentate in Inghilterra e Galles assieme.
Numero di giudici. Il numero di giudici in Italia rispetto agli altri Paesi, in percentuale sulla popolazione, in sé non è troppo modesto, ma risulta ridotto se si tiene conto del tasso di litigiosità, ovvero della tendenza dei cittadini italiani ad appoggiarsi al sistema giudiziario per risolvere tutte le controversie. Dallo studio del 2002 in Italia risultano essere operativi 6.720 giudici professionisti, cioè 11,72 ogni 100.000 abitanti. Il rapporto sale per la Germania a 25,30, per la Svezia a 18,94, per l’Austria a 21,47. Se sono relativamente pochi, sono però ben pagati. In media, i magistrati italiani ricevono uno stipendio che è superiore del 30% a quello, ad esempio, dei francesi.
Sottodimensionamento dei tribunali. In Italia c’è una corte di prima istanza serve 55.011 abitanti. La stessa struttura ne serve il doppio in Germania e Francia, mentre il Belgio supera le 380.000 unità e l’Olanda arriva ad 842.000. Ciò è spiegato dalle ridotte dimensioni dei tribunali, che in media in Italia sono serviti da appena 6 giudici. Questi, in Italia sono meno impegnati che in molti altri Paesi nella propria formazione permanente: appena il 45%, ovvero la metà che in Svezia, Finlandia, Irlanda, Austria, Ungheria, Romania, Slovenia. Sono invece ottimi gli stipendi: se un magistrato italiano inizia la propria carriera col 30% in più rispetto a un collega francese, ma sostanzialmente in linea con lo stipendio di un giudice tedesco, la carriera culmina con uno stipendio molto più elevato rispetto al suo collega di Germania.
Razionalizzazione. Il governo di centrodestra ha puntato nel corso della legislatura a una razionalizzazione che consentisse di avviare una trasformazione di questo pachidermico apparato caratterizzato da inefficienze e sprechi di tempo e risorse. Lo ha fatto riformando il diritto civile e lavorando alla riforma del codice penale allo scopo di garantire certezza del diritto, effettività della pena e riduzione dei tempi dei processi.
P «Leggi che dividono il paese, che non tutelano per nulla i cittadini, che sembrano fatte apposta per umiliare i magistrati, come l’ordinamento giudiziario» (Massimo Brutti, Ds, 30 giugno 2005).
Ristabiliti i principi di civiltà giuridica. La «legge Pecorella» sull’inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte del pubblico ministero è stata lodata da molti esperti (tra cui Ettore Randazzo, presidente dell’Unione delle camere penali italiane) come una legge in linea con i principi del giusto processo, che ristabilisce i principi di civiltà giuridica. In base alle nuove norme contro le sentenze di proscioglimento, l’accusa potrà soltanto ricorrere in Cassazione, che non entra nel merito del giudizio ma deve solo verificare la legittimità della procedura con le quali è stato formulato. La riforma tutela realmente il cittadino, impedendo al Pm di reiterare l’accusa, già respinta da un giudice che ha celebrato il processo nel rispetto di tutte le regole, come l’oralità e il contraddittorio tra le parti.
Separazione delle funzioni. Benché da ormai 15 anni i principi del «giusto processo» abbiano trovato posto anche nel nostro ordinamento giudiziario, attraverso la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, la loro piena attuazione non è mai stata garantita in tutti questi anni, per via di alcune anomalie tipicamente italiane. Una di queste, la mancata separazione delle funzioni tra giudici e Pm. Fino alla riforma, tra pubblico ministero e giudice esisteva un legame molto stretto: reclutati con lo stesso concorso, potevano svolgere indifferentemente la funzione di accusa e di giudice. Con la riforma diventa obbligatorio, per il magistrato, scegliere se svolgere le funzioni di giudice o di pubblico ministero. La scelta avviene cinque anni dopo il concorso, che resta unico, viene bandito ogni anno, e prevede che i candidati indichino nella domanda la preferenza per l’una o l’altra funzione, pena l’esclusione dal concorso stesso.
Con queste trasformazioni l’Italia si adegua allo standard proprio dei Paesi democratici e garantisti, nei quali pubblico ministero e giudice appartengono a organizzazioni diverse. Solo in Francia si ha una situazione simile a quella italiana, ma lì il pubblico ministero è comunque sottoposto alle direttive del ministro della Giustizia.
Libertà d’opinione, legittima difesa, affidamento congiunto. Altre leggi, approvate dal governo del centrodestra in materia giudiziaria, sono fortemente orientate all’estensione dei diritti dei cittadini e alla loro tutela: il 25 gennaio scorso il Senato ha approvato definitivamente le modifiche al codice penale in materia di reati di opinione, dando finalmente piena attuazione a un principio fondamentale sancito dalla nostra Costituzione.
P «Il provvedimento ex Cirielli - salva-Previti - da un lato aggredisce i diritti e le garanzie di difesa dei cittadini più deboli, dall’altro cancella migliaia e migliaia di processi, riducendo i tempi delle prescrizioni ed assicurando l’impunità ai responsabili di gravi reati» (Massimo Brutti, Ds, 30 giugno 2005).
Il codice penale in realtà prevedeva già l’estinzione della pena per decorso del tempo, calcolando la prescrizione in base alla pena inflitta dal giudice con la sentenza definitiva. La prescrizione maturava dopo un numero di anni pari al doppio della pena detentiva irrogata. L’estinzione del reato era calcolata in base alla gravità della pena base, come modificata da attenuanti e aggravanti. Con la cosiddetta ex Cirielli il reato si estingue dopo un periodo pari al massimo della pena prevista. Un tetto che può anche essere aumentato, ad esempio della metà nel caso in cui l’imputato sia recidivo, di due terzi se è plurirecidivo, del doppio se è accusato di reati di mafia.
Conclusione
Questo dossier non aveva lo scopo di entrare nella questione della «persecuzione giudiziaria» nei confronti di Berlusconi, ma di dimostrare che il governo di centrodestra, pur tra molte difficoltà e un’opposizione spesso preconcetta - con sconfinamenti di magistrati che hanno giudicato negativamente le leggi approvate o in via di approvazione, dando l’impressione di volere sostituire o comunque delegittimare il Parlamento - ha operato anche nel campo della giustizia seguendo il principio della salvaguardia dei diritti del cittadino e del «servizio» che lo Stato, attraverso la magistratura, deve assicurare: una giustizia equa, certa e rapida.
(9. Continua - Prossimo dossier sul Mezzogiorno)