Riforme, intesa Fini-Veltroni

da Roma

A smontare la teoria dei due delfini che si danno appuntamento per fare prove tecniche di leadership del futuro ci pensano in anticipo, Gianfranco Fini e Walter Veltroni. Il presidente di An s'è tolto le rogne dei gossip nei giorni scorsi, il sindaco di Roma lo fa entrando al convegno organizzato dalla fondazione Nuova Italia di Gianni Alemanno: «Il mio campo d'azione è grande quanto il Raccordo anulare».
Che non sia un altro raduno dei volenterosi lo spiega Alemanno: «Questo non è il tavolo dei “saranno famosi” ma un incontro tra volontà politiche che non vogliono fare riforme al ribasso». Ma l'incontro sulla riforma della legge elettorale organizzato al residence Ripetta si promette succoso già dal titolo, «Una legge da fare insieme». E manterrà le promesse. C'è folla di giornalisti, al punto che Alemanno si rivolge all'orda di fotografi e cameraman che fanno barriera tra il palco e il pubblico. «Se l'informazione non fa muro...». Alla fine l'informazione cede e s'accuccia. Al centro della discussione c'è il «lodo» preparato da due costituzionalisti, Stefano Ceccanti e Francesco Saverio Marini. Si prevede una riforma «in due tempi», che arrivi alla Costituzione partendo dalla legge elettorale. L'obiettivo di tutti partecipanti: salvare il bipolarismo contro i rigurgiti neocentristi.
Ceccanti e Marini propongono l'assegnazione del premio di maggioranza al Senato alla coalizione vincente alla Camera, l'esplicitazione del capo della coalizione sulla scheda elettorale, la moltiplicazione delle circoscrizioni elettorali. Il ministro Vannino Chiti, che incassa il «lodo» come contributo della Fondazione, avverte: l'intesa possibile sulla riforma elettorale non sia «un gioco di cavalli di Troia per sconquassare le alleanze». L'ex ministro Beppe Pisanu, «giovane settantenne» che denuncia il pericolo gerontocratico della politica, articola il suo ragionamento attorno a tre perni: riduciamo il potere dei partiti minori, la Costituzione non si tocca. Terzo perno: «Provo ripugnanza nel pensare che il referendum tagli le leggi elettorali a colpi di accetta». Si chiama in causa il leader referendario, presente tra il pubblico, Giovanni Gazzetta, che risponde così: i referendari hanno messo un'asticella, se il Parlamento salta più in alto tanto meglio. L'importante è rendere l'Italia bipolarizzata un Paese con governi forti «dove le promesse elettorali diventano fatti e non rimpianti».
Al destino dell'Italia pensa anche Veltroni, che riconosce a se stesso e a Fini di essere stati dal 1993 «coerentemente convinti di una democrazia dell'alternanza dove i cittadini scelgono il governo e il governo possa realizzare i suoi programmi»: il che vuol dire più poteri al governo, superamento del bicameralismo perfetto, e il sistema elettorale in vigore per i Comuni. Veltroni auspica una politica che abbia prima di tutto a cuore «gli interessi nazionali», Fini li chiama «i valori dell'identità di un popolo», ma il ragionamento è analogo.
Il referendum elettorale è «una frusta» che «ha scoperchiato la pentola dei nemici del bipolarismo», un utile strumento per spingere la classe politica a ragionare su come garantire premier forti, governi stabili e omogenei politicamente. L'obiettivo è la modifica della seconda parte della Costituzione, continua il presidente di An, che non chiude pregiudizialmente le porte al doppio turno elettorale, indigesto a tanti nel centrodestra. Si chiude con una «considerazione adesiva» di Veltroni a Fini, in questo confronto tra riformismi. Una nota: al convegno si è citato di tutto, da De Gasperi a Talleyrand. Assenti Prodi e Berlusconi, mai nominati. Ma è solo una nota.