Riformismo desaparecido

L’intervento di Nicola Rossi sul Corriere esprime la disperata ammissione che non c'è oggi riformismo a sinistra in Italia. Tutto il ragionamento che egli svolge intorno al coraggio di riformare e alla necessaria attitudine al rischio che devono caratterizzare la buona politica modernizzatrice, assume a riferimento non casuale il tema della previdenza. Esso infatti costituisce l'elemento portante del necessario rinnovamento del modello sociale quasi ovunque in Europa ma, in modo del tutto particolare, in Italia.
Il nostro è il Paese nel quale la spesa previdenziale rappresenta ben più che altrove larghissima parte della spesa sociale per la eccessiva generosità delle prestazioni nel confronto con le contribuzioni e con le aspettative di vita. Ciò ha deformato l'intero assetto della protezione sociale che per questa ragione si è caratterizzata per le tutele passive, che si limitano ad integrare il reddito degli inattivi, in luogo di quelle politiche che sono definite «attive» perché hanno lo scopo di riportare le persone responsabilmente al lavoro. La stessa pensione ha svolto, e continua ancora a svolgere con i prepensionamenti disposti dall'ultima legge Finanziaria, l'impropria funzione di ammortizzatore sociale anche per persone che hanno di fronte a sé un'attesa di vita di circa trent'anni. I riformisti si sono invece ovunque misurati con l'idea di «società attiva» che sa offrire a tutti continue opportunità di inclusione sociale e che pretende conseguentemente comportamenti responsabili nei cittadini beneficiari dei suoi interventi. Essi si sono adoperati per cambiare insieme il mercato del lavoro e più in generale il sistema di welfare che include tanto le politiche educative quanto il sistema previdenziale. Così ha operato il governo Berlusconi che si è dedicato a coraggiose riforme proprio negli ambiti del lavoro, della scuola e della previdenza. Esse sono state violentemente contrastate dalla sinistra politica e sociale che, non a caso, ha affrontato il voto promettendone la cancellazione o, almeno, una radicale controriforma. Nicola Rossi non si deve quindi stupire se poi i ministri dell'Istruzione e dell'Università hanno progressivamente, addirittura con atti amministrativi, abrogato o reso ineffettive le innovazioni di Letizia Moratti. Né lo deve sorprendere l'impegno del ministro Damiano a correggere radicalmente le riforme di Marco Biagi o ad eliminare lo «scalone» con il quale viene alzata l'età di pensione. In particolare, tutte le ipotesi di correzione del regime previdenziale esaminate in seno alla maggioranza e nello stesso Memorandum tra governo e parti sociali, costituiscono un evidente regresso rispetto alla riforma Berlusconi che la Commissione Europea faticherebbe a comprendere. Ovunque in Europa si discute dell'innalzamento obbligatorio dell'età di pensione quale unica via per l'allungamento della vita lavorativa ed il riequilibrio del rapporto tra contribuzioni e prestazioni. Incentivi e disincentivi sono ritenuti privi di alcuna efficacia anche perché sarebbero agevolmente integrati dalle aziende interessate ad espellere precocemente i lavoratori cinquantenni. Hanno - e parzialmente - funzionato solo gli incentivi della riforma Maroni perché particolarmente generosi e per questo necessariamente limitati al breve periodo di transizione che si conclude con l'anno in corso. La cosa assurda è che la società italiana ha già digerito una riforma che ha avuto il pregio di garantire un congruo preavviso ai soggetti interessati.
Ci si chiede quindi: perché cambiare una disciplina sostanzialmente accettata e per la quale il governo precedente si è assunto la impopolare responsabilità - il «rischio» politico direbbe Nicola Rossi - di produrla?
La Commissione Europea può capire la difficoltà di un Paese membro nel produrre l'obbligo di una più elevata età di pensione. Ma certamente risulterà incomprensibile - ed inaccettabile - un balzo indietro rispetto ad una decisione già presa.
Manca, insomma, nell'Unione non solo la disponibilità a «rischiare» politiche innovative per il bene futuro del Paese ma persino quella, più modesta, capacità di mantenere le cose già fatte. Sarebbe così assente non solo il riformismo primario invocato da Nicola Rossi, che rischia e agisce oltre le immediate incomprensioni che i cambiamenti talora inducono, ma anche quel «riformismo di seconda mano» che comporta poco rischio e poco coraggio perché si risolve nel saper trarre vantaggio dal lavoro altrui.
D'altronde Nicola Rossi sa che una sinistra riformista invero è esistita e - non a caso - è stata contrastata e con la violenza cancellata proprio dalla sinistra che oggi lo delude.