Rinvio del voto? Trappola per fermare la Cdl

Quale sia la soluzione giusta per la crisi aperta dalla caduta rovinosa del governo Prodi non è facile dire. Innanzitutto perché non si tratta solo di una crisi ministeriale, ma addirittura di crisi del sistema politico. Vediamo, però, di ragionarci non emotivamente, alla luce dei fatti e di qualche certezza. Il primo a trovarsi in difficoltà è il Capo dello Stato, che, dopo aver consultato esponenti delle istituzioni e le diverse parti politiche, dovrà prendere una decisione, compito che gli assegna la Costituzione.

Il dilemma è: nuovo governo o scioglimento delle Camere ed elezioni. Il centrosinistra, che teme il quasi sicuro successo di Berlusconi in caso di votazioni immediate, vuole ovviamente un nuovo governo e tirare per le lunghe. Il centrodestra non ha esitazioni: si deve andare subito alle urne. Qualche incertezza c’è solo in Casini, che preferirebbe, se si è ben capito, una grande coalizione destra- sinistra (Berlusconi-Veltroni, per intenderci), che al momento però appare improbabile. Che cosa pensa il Capo dello Stato? Egli viene da sinistra, ma cercherà doverosamente di valutare obiettivamente la situazione. Sa perfettamente che la sua passata collocazione politica e il fatto d’essere stato eletto soprattutto per volontà della sinistra gli impongono di dimostrare il massimo dell’oggettività e del garantismo. Commentatori che ritengono di interpretare le sue convinzioni sostengono che egli preferirebbe evitare elezioni subito se non altro per modificare la legge elettorale in vigore, alla quale sono in molti ad attribuire l’attuale marasma politico.

Un eventuale governo cosiddetto tecnico o composto da personalità indipendenti, come Eugenio Scalfari suggeriva ieri su Repubblica, dovrebbe fare i conti con i partiti e naturalmente col Parlamento. Su quale maggioranza potrebbe contare? Scalfari lo affida ad una «inedita maggioranza» frutto di ribaltini o ribaltoni. Assai problematico, pare, è che ciò avvenga. Se avvenisse ci troveremmo in presenza di una anomalia che certo non alleggerirebbe la crisi del sistema. Una simile soluzione, è vero, piacerebbe all’antipolitica dilagante in tutti i settori sociali, ma non c’è dubbio che ne sortirebbero complicazioni non di poco conto. Opportunamente Scalfari, che pure segnala quanto il Paese non ami i politici, rileva che «della politica nessuna società può fare a meno, salvo i Paesi (e i Paesetti) tribali».

Insomma, appare assai improbabile che alla crisi si ponga rimedio con un governo più o meno istituzionale. Né si vedono possibilità per un governo che si occupi rapidamente solo della legge elettorale. Per una operazione del genere occorrerebbe una intesa di maggioranza che non c’è e non ci sarà di sicuro, viste le profonde divergenze che esistono. Dunque, le elezioni sono obiettivamente la strada più logica, più percorribile nonostante le tante opinioni contrastanti. La legge in vigore sarà discutibilissima, ma per ora quella c’è. Del resto non è forse quella che nel 2006 ha dato la vittoria, sia pure di strettissima misura, al centrosinistra? È francamente strumentale addebitarne i difetti a Berlusconi. Diciamo la verità: il tempo per riformarla lo si pretende per sfiancare un avversario che in questo momento ha con sé la maggioranza del Paese. Un’ultima constatazione, innegabile. La crisi esplosa in Parlamento ha purtroppo avuto poco o niente di dignitoso. Tutto è stato poco decoroso: come il governo s’è presentato alle Camere (quella folla di ministri e loro vice, per i quali non c’erano scranni sufficienti), quel discorso autoglorificatorio del premier (del quale unica cosa apprezzabile era la pervicacia), una generale mancanza di stile (il solo a dimostrare di averne è stato in Senato il «rifondarolo» Caprili, ch’è apparso nutrito di un certo spirito liberale).

Il tutto, diciamolo, sembrava quasi fatto apposta per far fregare le mani a certo qualunquismo becero che lo stesso fondatore dell’Uomo qualunque si più di mezzo secolo fa avrebbe ripudiato. Ma sì, pur con la pessima legge elettorale che c’è, andiamo presto a votare, il Paese vuole decidere da chi e come essere governato. Questa democrazia sarà pure piena di difetti, ma come diceva Churchill non ce n’è un’altra migliore.