Ripresa La piccola impresa tiene ma chiede la riduzione delle tasse

RomaL’annus horribilis è finito, e le imprese italiane si apprestano ad affrontare un 2010 che sarà senza dubbio migliore, ma comunque denso di incognite. Si tirano le somme, e soprattutto si riflette sulle condizioni necessarie per sfruttare al massimo la ripresa. Che cosa chiedono, in particolare, le piccole e medie imprese? Un sondaggio di Confapi Industria su un campione di 1.500 piccole e medie imprese (fra 1 e 249 addetti) dislocate nell’intero territorio nazionale mostra una forte richiesta di riduzione delle pressione fiscale, in particolare attraverso il taglio dell’Irap. Ma anche una certa diffidenza verso le aggregazioni e nei confronti della proposta di far partecipare i lavoratori agli utili d’impresa.
Il futuro prossimo. L’incertezza sulle prospettive post-crisi caratterizza il sondaggio. In mancanza di prospettive chiare, il 35% delle imprese pensa che ridurrà l’occupazione, il 4% prevede di chiudere, il 3% di vendere l’attività. Ma per la maggioranza delle imprese (il 58%) non accadrà niente di tutto questo. La situazione attuale del business è stabile nel 44% dei casi, migliorata nel 15%, e peggiorata per il 41% del campione. Il 44% degli imprenditori pensa che chiuderà il 2009 in perdita, il 30% in pareggio, e solo il 26% in utile. L’incertezza, evidentemente, nasce da qui. Ma come rendere più rosee queste prospettive?
Irap da tagliare. Il fisco continua a pesare troppo sui bilanci aziendali, ma anche sulle prospettive industriali e la competitività. Il 70% del campione di 1.500 imprese sondato dalla Confapi (l’associazione della piccola e media industria presieduta da Paolo Galassi, che raccoglie 120mila imprese con 2 milioni e 300mila addetti) afferma che il fisco pesa nel complesso dell’attività aziendale da un minimo del 40% a un massimo del 60%. Per un 17% il peso fiscale supera il 60%, mentre un residuo 13% indica un onere fiscale inferiore al 40%. Per il 74% degli imprenditori il fisco è la priorità numero uno, prima ancora che gli interventi sul credito. La risposta più immediata a questa situazione è, secondo la gran parte delle imprese, il taglio dell’Irap. Il 67% degli imprenditori sondati afferma che l’eliminazione della tassa regionale sulle attività produttive aumenterebbe la competitività della propria impresa. La «scomparsa» dell’Irap libererebbe risorse da investire in tecnologia e risorse umane, con ripercussioni positive sulla competitività.
Utili ai dipendenti. Le piccole e medie imprese sondate concordano sul fatto che sia necessario ridurre anche la pressione fiscale sul lavoro dipendente. Emerge invece una diffusa cautela nei confronti della proposta di far partecipare i lavoratori agli utili d’impresa (un progetto che vede già aperto un tavolo fra le parti sociali, su indicazione del ministro del Welfare Maurizio Sacconi). Il 55,3% degli imprenditori è contrario a questa ipotesi, preferendo incentivare il lavoro dei dipendenti con bonus (40,2%) aumenti retributivi (27,9%), benefit (9,9%) o altre forme di premio.
Credito e moratoria. In molti casi, per le piccole e medie imprese l’accesso al credito è diventato un problema: una azienda su due denuncia difficoltà creditizie. Ugualmente difficile tenere il passo nella restituzione dell’indebitamento acceso con le banche. Nei mesi scorsi, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha caldeggiato un accordo banche-imprese che prevede una moratoria dei debiti. Tuttavia, il sondaggio della Confapi mostra che questo strumento non è stato utilizzato appieno: solo il 17% delle imprese sondate ha fatto ricorso alla moratoria, contro l’85% che non vi ha aderito. I motivi sono diversi, e non tutti negativi: il 50,5% delle imprese ha infatti dichiarato di non averne bisogno. Nel 14,7% dei casi il motivo sta nella paura di compromettere finanziamenti bancari in futuro. Nel 4,8% dei casi è stata la banca stessa a sconsigliare il ricorso alla moratoria. Infine, il 12,9% delle imprese non aveva i requisiti necessari per aderirvi.
Fusioni, forse in futuro. La stragrande maggioranza delle imprese, ovvero l’81,2% del campione, non ha partecipato in passato ad aggregazioni, fusioni o acquisizioni. Eppure è noto che la dimensione della piccola-media impresa è, in molti casi, insufficiente (sono 4,1 milioni le aziende con un numero di addetti fra 1 e 9). È però possibile, nel prossimo futuro, che queste operazioni si facciano: lo ipotizza il 38,2% del campione. Nella maggioranza dei casi, gli imprenditori ritengono che una dimensione più grande potrebbe far aumentare il business, o rappresentare una via d’uscita dalla crisi.