Rischi di infiltrazione nelle piazze rosse

Temo che abbiano torto i molti italiani che prendono sottogamba i tre pacchi bomba arrivati a cavallo di Natale alle ambasciate di Cile, Svizzera e Grecia e firmati da una misteriosa «Federazione anarchica informale». È diffusa la convinzione che ci troviamo di fronte a una specie di faida tra un piccolo gruppo di anarco-insurrezionalisti e i tre Paesi in questione, (dove sono stati uccisi o sono attualmente incarcerati alcuni «compagni»), senza implicazioni dirette per l’Italia. Sembra che la stessa Digos ritenga di avere a che fare con un nucleo di fanatici slegato da un contesto politico nazionale, che si situa in una zona grigia tra i no-global e l’ultrasinistra ma che - stranamente di questi tempi - quando scrive nella sua rivendicazione «distruggeremo il sistema di dominio» non si riferisce al governo Berlusconi. Può darsi. Ma forse si sottovaluta il fatto che le sempre più frequenti tensioni di piazza e la congiuntura economica negativa rendono il clima favorevole a inserimenti strumentali di formazioni estremiste interessate ad elevare comunque il livello dello scontro. In parallelo, si registra un’accelerazione degli impegni mobilitativi nel mondo dei centri sociali, che coinvolge trasversalmente tutti gli ambienti dell’antagonismo, dal movimento di lotta per la casa agli immigrati. Anche sul territorio ci sono diversi fronti caldi: l’emergenza rifiuti in Campania, la protesta organizzata di un gruppo di terremotati abruzzesi e, in generale, ogni azienda a rischio chiusura.
In questo contesto, gli anarco-insurrezionalisti, chiunque essi siano, possono trovare - parafrasando Mao - molta acqua in cui nuotare; e la sigla Fai, che la Federazione anarchica italiana disconosce, può servire da copertura (o, come dice la Digos, da «brand usato in franchising») a chiunque voglia pescare nel torbido e diffondere la paura di un ritorno di fiamma del terrorismo nazionale. Non dimentichiamo che il gruppo, in cui si sono riconosciuti in passato la Cooperativa italiana fuoco e affini, la Brigata 20 luglio, le Cellule contro il capitale e altri gruppuscoli eversivi, è già stato protagonista di una serie di azioni abbastanza spettacolari, anche se mai con esiti letali: nel 2003 ha inviato pacchi bomba all’allora presidente della Commissione Europea Prodi e al presidente della Bce, nel 2004 ad alcune istituzioni milanesi, nel 2005 a stazioni dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, nel 2006 al sindaco di Torino Chiamparino, l’anno scorso all’Università Bocconi e al Centro di identificazione dei clandestini di Gradisca. Per quanto mi risulta, i mittenti di questi ordigni sono ancora in circolazione, e - se non sono gli stessi delle buste esplosive alle ambasciate - potrebbero rimettersi all’opera in qualsiasi momento. Sebbene, nella storia, gli anarchici si siano quasi sempre mossi in proprio, con metodi e obbiettivi diversi dai «casseurs» che abbiamo visto all’opera il 14 dicembre a Roma, un collegamento, sotto il vago ombrello Fai, è sicuramente una possibilità concreta (e quindi motivo di speciale vigilanza).