Il rischio elettorale? Trasformare l’Italia in una regione rossa

Gianni Baget Bozzo

È singolare che la questione comunista sia stata posta contestualmente sia dal presidente del Consiglio che da Romano Prodi. Berlusconi ha a lungo insistito su ciò che è stato il comunismo nel mondo e sugli orrori che esso ha prodotto. Ma ha meno insistito su quella singolare formazione che nel mondo comunista fu il Pci, da un lato interamente omogeneo all’obbedienza moscovita, dall’altro obbligato, dalla stessa divisione del mondo avvenuta a Yalta - che assegnava l’Italia all’Occidente - a dover costruire un sistema che fu, a un tempo, insurrezionale e democratico, pronto egualmente a insorgere e a votare.
Ciò ha creato una società separata nel nostro Paese. Ciò forse è dovuto alla grande abilità dei comunisti nel mantenere un rapporto non ostile col cattolicesimo e un atteggiamento quasi avvolgente il tessuto ecclesiastico italiano. Ma è nato così un sistema di potere che comprendeva istituzioni, sindacati, partito, economia, e che era al tempo stesso fondato sulla distinzione dei ruoli e sull’unità delle decisioni. Questo è un fatto unico nella storia europea, è l’eccezione italiana, in cui l’idea di una formazione ostile allo Stato nasce da quella non fusione tra tradizione cattolica e nazione italiana che fu l’opera incompiuta del Risorgimento. Il mondo comunista è rimasto un sistema di potere compatto, che ha sempre rifiutato la matrice socialista del movimento operaio italiano, sino a sopprimere la figura di colui che fu il suo più alto esponente politico, Bettino Craxi.
Le Regioni rosse (il mondo comunista ha saputo magnificamente utilizzare l’istituzione delle Regioni, dovuta alla tradizione cattolica) sono state il punto di perfetta fusione tra istituzioni, politica, economia e sindacato, e da esse il sistema si è esteso a tutto il Paese. È Edmondo Berselli, direttore del Mulino, a sostenere che il modello emiliano può divenire il modello italiano. Così occorre esaminare il comportamento dell’esperienza Bassolino in Campania, che ha creato una Regione rossa in cui la componente democristiana rimane integrata e assorbita, e in cui il populismo incrocia la camorra.
Questa capacità di mantenere intatto il vertice della decisione lasciando spazio alle varie componenti è il segreto della conquista dell’Italia da parte del mondo post-comunista. È la perfetta realizzazione del modello politico costituito dal Pci, all’origine all’ombra di Stalin.
Giustamente il presidente del Consiglio ha deciso di lasciare da parte la sola evocazione del Libro nero del comunismo per leggere il più pericoloso regime tricolore del comunismo italiano, che segue il modello gramsciano di conquistare la società prima dello Stato. Con le elezioni del 2006 questo lungo cammino può essere compiuto: non saranno certo Prodi e la Margherita a fermare quella che rimane l’unica forza culturale e politica nata dalla storia del '900 ancora operante in Italia. Il gesto del presidente del Consiglio di annunciare le connessioni tra la Lega delle Cooperative e i Ds non mira a un risultato processuale, ma a far capire il rischio che tutta l’Italia divenga una regione in cui la molteplicità delle apparenze venga ricondotta all’unità del comunismo italiano, rimasto intatto nonostante tutti i suoi cambiamenti di nome, con cui ha mostrato di saper piegare i più diversi linguaggi alla propria identità.
Anche il leader dell’Unione cerca di porre il problema del potere comunista, ma lo fa con un’iniziativa puramente nominalistica, quella di un altro cambiamento del nome, il quarto dopo il congresso della Bolognina. Non sarà l’untorello Prodi a dominare Milano: oggi un’operazione storica iniziata col Pci può terminare anche con il partito democratico. Esso sarà soltanto la legittimazione del fatto che la lunga marcia della conquista delle casematte esterne fino alla presa del potere centrale da parte del mondo comunista è giunta al termine.
Per questo Berlusconi ha innalzato i toni, violando le regole del politicamente corretto che sono la «lingua di legno» della cultura comunista imposta alla pubblicistica italiana.
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