"Rischio la pelle per le tribune tv"

La protesta di Marco Pannella: "Nella prima Repubblica ci
andavamo imbavagliati, ora invece solo 3 italiani su 100 sanno che ci
presentiamo alle Europee. Sciopero per ottenere spazi di democrazia"

Roma - Arriva al quarto giorno di sciopero della fame e della sete già provato. La lingua è secca, le labbra screpolate. Le pupille dilatate in mezzo alle orbite degli occhi. Il corpo è smagrito, il passo incerto. Eppure, Marco Pannella, non rinuncia a nessuno dei suoi appuntamenti: il pomeriggio lo passa nella sua fortezza di via di Torre Argentina, sul tavolo spartano con un portacenere pieno di cicche, mentre batte sui tasti della Olivetti il testo di un volantone elettorale. Poi un paio di riunioni organizzative per la campagna delle Europee, infine una corsa a Radio Radicale per un filo diretto di un’ora con il programma per i detenuti, Radio Carcere. Uscendo dallo studio, indica con un sorriso diagonale il sottoscritto, al direttore della radio, Massimo Bordin: «Lo vedi? C’ho questa piattola che non mi molla finché non gli faccio l’intervista». Piattola? «Sì, non ti lamentare, si vede che quando faccio questi digiuni divento troppo buono».

Pannella, ancora una volta, impegnato in un digiuno al confine fra la vita e la morte?
«No! Io metto in gioco la vita, la morte è un’altra cosa, quello che viene dopo».

Però è nel conto, ogni minuto che passa...
«È un rischio d’impresa, i liberali lo conoscono: è quello che si corre per combattere le proprie battaglie».

Ma ogni digiuno e ogni sciopero della sete è sempre più pericoloso del precedente.
«E chi l’ha detto? Sono qui a 80 anni suonati consapevole che più l’impresa cresce, più il rischio cresce, più le possibilità di successo aumentano».

Mettiamo che il rischio diventi realtà. Cosa dirà la gente? Pannella è morto per le tribune elettorali?
«Cosa diranno, sono cazzi loro... Io non faccio la battaglia per ottenere qualcosa in caso di morte, faccio una battaglia per ottenere spazi di democrazia, restando vivo».

I radicali, che in quelle tribune elettorali della Prima Repubblica ci andavano imbavagliati...
«C’era un motivo ben preciso. Avevamo otto referendum, ci diedero un solo spazio, e il resto tutto quanto ai partiti».

E poi quella volta, dopo l’assassinio di Giorgiana Masi...
«L’annunciatrice lesse un comunicato di Cossiga che smentiva e confutava quello che noi avremmo detto. Però, adesso, se ci ripenso, c’era più democrazia in quell’atto, che non ci oscurava, che nel silenzio di oggi, che ci cancella».

Quando è scattata la decisione finale dello sciopero?
«Dovremmo farlo sempre. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato leggere un sondaggio secondo cui solo tre italiani su cento sanno che esiste la nostra lista. Quelli erano spazi ristretti, adesso non ci sono più spazi».

Aridatece Jader Jacobelli?
«Magari, la cosa che più mi colpisce, è che queste tribune soppresse non sono richieste nemmeno da coloro che le dovrebbero fare. Non è curioso?».

E così Pannella ogni nuovo sciopero deve sfidare un record che ha messo lui stesso.
«Ma questa è una fesseria».

È la verità.
«Conosco il mio corpo sempre meglio, faccio le analisi due volte al giorno».

E le analisi sono in grado di dirle fin dove può arrivare?
«Oggi è un po’ più alto il sodio, la creatinina, invece non si è ancora mossa. So il percorso che sto facendo».

Ma il rischio d’impresa c’è sempre.
«Ricordo quella volta che all’inizio del quinto giorno era già scritto che sarei dovuto andare in dialisi?».

Lo sciopero contro la condanna a morte di Saddam...
«Sì, quello. Io sapevo che il mio corpo oltre il quinto giorno non poteva andare, ma proprio nel quinto giorno arrivarono migliaia di messaggi, 180 testate arabe che scrivevano di questa protesta...».

E che cosa è successo?
«Il corpo ha fatto il passo che la mente apparentemente credeva impossibile. Ho retto tutto il sesto, all’inizio del settimo mi hanno portato in ospedale per la dialisi. E poi miracolosamente non ho avuto bisogno nemmeno di quella».

Non vorrei dire una frase fessa sul fatto che tirando la corda si può rompere.
«Ecco, bravo, non dirla».

Mi accorgo solo adesso che su questo tavolo, c’è una bottiglietta piena d’acqua.
«Nemmeno io me n’ero accorto, non conta nulla. Solo Vespa pensa che dopo quattro giorni di digiuno si soffre».

Non le verrebbe voglia di stapparla e di bere?
«Se ti informassi sulle anoressiche, sapresti che non soffrono affatto. C’è persino una piccola componente di piacere e di esaltazione, in un digiuno».

Ma quale dovrebbe essere il segnale che fa tornare Pannella a bere?
«Segnali anche piccoli, ma immediati».

E se non arrivano, il salto nel vuoto?
«Ho ricevuto la telefonata di un collaboratore di Napolitano, il presidente si è già attivato».

Ha chiamato il presidente della commissione di Vigilanza...
«Ah, già, pare che esista ancora. Come si chiama, non è il mio amico Zavoli?».

Napolitano scrive e il suo amico Zavoli non si è ancora mosso. Strano no?
«Per nulla, io sono sempre stato amico di Napolitano, lui è un grande comunista, io in fondo un piccolo liberale».

Berlusconi la chiamerà?
«Lo conosco bene, in questo momento credo di no».

E Franceschini?
«Assolutamente no, che mi dovrebbe dire, poverino?».

Ce l’ha con il Pd perché non l’ha voluto in lista per le europee?
«Ma chi se ne frega. È andata così, ed è andata peggio a loro».

Resta il fatto che lei sta rischiando la pelle per delle tribune che nessun altro partito vuole.
«Benissimo. Vivere la democrazia, sul proprio corpo, è una cosa diversa dall’essere ideologicamente democratici e non fare nulla per affermarlo».

Ripeto, lei rischia la pelle.
«Scusami, questa è una curiosità da pipparolo. Divento sempre più esperto delle regole della lotta, e ricordati che non ho mai perso».