La risposta più semplice

Forse è l’ultimo assalto di quella cultura della demonizzazione che la sinistra ha usato con pervicace godimento. In questo senso, non si sottovaluti l’aspetto - mi si consenta di dire - filosofico del Family day. Ma andiamo con ordine. In Francia è fallita l’operazione di demonizzazione di Sarkozy da parte delle sinistre, che con la loro propaganda hanno avuto la sfacciataggine di presentare il futuro presidente di Francia come un fascista reazionario. Operazione disastrosa che, oltre ad incassare una sonora sconfitta elettorale, ha mostrato la pochezza dei propri militanti, soltanto capaci di reagire all’insuccesso aggredendo le forze dell’ordine nelle loro incendiarie dimostrazioni di piazza.
In Italia, la demonizzazione della sinistra (che, tanto per ricordarcelo, si esprime con l’interdizione e la derisione di chi non si allinea alle sue posizioni) dà per fortuna segni di cedimento, si scolla, impazzisce come la maionese. Ne sono testimonianza le critiche farsesche in cui sta esercitandosi contro se stessa: Chiamparino e Veltroni sono accusati dal quotidiano di Rifondazione comunista di essere in sintonia con tendenze fasciste per le loro opinioni sulla droga e l’immigrazione; Repubblica, con durezza e senza mezzi termini, considera squadristi i giovani comunisti che sfasciano i banchetti e aggrediscono le persone che raccolgono le firme per il referendum sulla legge elettorale.
Mi risparmio di ricordare altri episodi, mentre è decisiva quest’ultima occasione di demonizzazione del Family day. La sinistra ha cercato in tutti i modi di attaccare il mondo cattolico e una buona parte non trascurabile di quello laico soltanto perché hanno inteso ragionare sull’idea di famiglia naturale.
Ieri, nel Family day, si è manifestato innanzitutto per un diritto che la sinistra al governo del Paese ha voluto prima negare, poi ridicolizzare, cioè quello di riflettere sul significato della famiglia, senza sfuggire al quesito posto dal Vaticano. Per un uomo di fede, come per un laico che cerca di non farsi imbrigliare in una ottusa visione laicista dell’esistenza, il problema rimane sempre quello di come vivere la relazione tra la morale naturale, che cresce e si sviluppa storicamente, e le istituzioni che non devono né chiudersi in un credo religioso, né astrarsi fantasiosamente dalla realtà che si è formata storicamente nel corso del tempo. Proprio per questo, la gente che manifesta oggi per il Family day si sente in diritto di porsi una semplice domanda: cos’è la famiglia? Semplice, perché la domanda è fondamentale; semplice perché la risposta si forma osservando ciò che sono il mondo e la vita naturale, e non elucubrando utopistiche ideologie su ciò che si vorrebbe fosse la famiglia e invece non è.
La sinistra nella sua miopia (oltre che arroganza) ha tentato di demonizzare quella domanda fondamentale, perché sapeva che la risposta è semplice, storicamente e naturalmente ineccepibile: la famiglia si costruisce per mettere al mondo dei figli, per educarli a crescere secondo i propri valori, per aiutarli ad inserirsi con libertà e senso critico nella società. Tutto il resto arriva dopo, è secondario, non è fondamentale.
Per negare questo, è stata tentata una demonizzazione miope (e arrogante): ma la sinistra ha finito per sbattere il muso contro la realtà (e contro migliaia e migliaia di persone) esattamente come poco tempo fa le era accaduto con il referendum sulla fecondazione artificiale. Si ricorderà qual era il quesito semplice e fondamentale? Dire se un embrione è vita o no. E la gente ha risposto in coro: sì, perché è sufficientemente accorta, perché vive nella realtà, perché non si è preoccupata di seguire le fantasie sull’embrione di qualche filosofo frustrato o di qualche editorialista che vorrebbe fare il filosofo.
La sinistra che demonizza il Family day va adesso incontro stupidamente a un’altra sconfitta, proprio perché ha paura delle domande semplici e fondamentali che stanno a cuore alla gente, perché teme di doversi confrontare con le risposte semplici e fondamentali che la gente sa darsi.
Stefano Zecchi