Il ritorno dei lupi alle porte della capitale: branchi in tutta la regione

Dai Lepini a Tolfa dai Simbruini ai Castelli romani sono sempre di più Ma per l’uomo nessun pericolo

Gian Piero Milanetti

Sembrano irresistibilmente attratti dalla città di cui sono il simbolo. I lupi si avvicinano sempre più a Roma. Scambiati spesso per cani inselvatichiti, scendono, ormai, fino ai sobborghi di Fiumicino e di Tivoli. Si aggirano dalla periferia di Rieti al golfo di Gaeta. Dalla necropoli di Tuscania ai ruderi del Tuscolo, sui Castelli Romani. Il ritorno dei lupi (tra i 50 e i 60 esemplari) è stato favorito dalle leggi di protezione, dall’abbandono di boschi e campagne e dalla ricomparsa delle loro prede storiche: cervi, caprioli e cinghiali. Nessun pericolo per l’uomo. «Da due secoli - assicurano naturalisti e guardie forestali - non si registrano attacchi a persone». A rischio, invece, la sopravvivenza di molti di questi animali, minacciati dai bracconieri.
«Trent’anni fa - fa notare Ciucci - erano rimasti una decina di lupi, sui monti Simbruini e Lepini e sulla Tolfa». Oggi, più della metà dei lupi della nostra regione, si trova sui territori laziali del Parco Nazionale Gran Sasso-Monti della Laga e del Parco Nazionale d’Abruzzo. «In queste zone - spiega Paolo Verucci, uno dei massimi esperti di lupi nel Lazio - ci sono coppie che partoriscono dei cuccioli i quali, divenuti adulti, si allontanano in cerca di un proprio spazio e che così conquistano nuovi territori». E, purtroppo, a volte procurano danni agli allevatori, come nell’aprile 2005, quando i lupi, provenienti dalla parte laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, uccisero nove cervi di un allevamento di Settefrati, nel Frusinate. In questi due lembi dei parchi nazionali dovrebbero trovarsi, in totale, tra i 30 e i 40 lupi, che fanno la spola con il confinante Abruzzo.
Non si spostano dal Lazio, invece, i lupi della Tolfa. «Qui, il lupo è ricomparso - spiega Verucci - dopo la famosa nevicata del 1956, che favorì, nella nostra regione, una serie di spostamenti di questi animali». La Tolfa, nonostante vi sia permessa la caccia, si è rivelata un habitat favorevole per il lupo, essendo praticamente disabitato, con molto bestiame pascolante e soprattutto con molti cinghiali. Un territorio apparentemente inadatto al lupo, a causa del bracconaggio, dell’intenso traffico e della presenza diffusa dell’uomo e delle sue attività, è quello dei Castelli Romani. Eppure, la presenza di questi canidi, lamentata già da qualche anno, dai pastori di Rocca Priora è ormai confermata dai ritrovamenti di almeno due esemplari morti, probabilmente giunti dai monti Lepini, pochi chilometri a sud-est del Tuscolo. «Tra i monti Lupone, Semprevisa e Malàina, si aggirano un paio di branchi», spiega Verucci. Sui Lepini il lupo è favorito dalla natura selvaggia, la diffusione di bestiame allo stato brado, di cinghiali e maiali inselvatichiti. Ma è anche insidiato da numerosi cani vaganti e dal bracconaggio.
A loro volta i lupi dei Lepini sono originari dei Simbruini, a est di Subiaco e a nord di Fiuggi. Qui si trovano tra i 12 e i 20 esemplari. «Pensiamo siano suddivisi in due branchi - spiega Ilaria Guj, zoologa e guardiaparco -. Mangiano soprattutto bestiame domestico, cinghiali e caprioli. E purtroppo c’è una forte recrudescenza del bracconaggio». La caccia di frodo rende la vita difficile anche ai lupi del parco regionale dei monti Lucretili, 25 chilometri ad est di Roma. Su queste montagne alle spalle di Tivoli, i lupi sono ricomparsi negli anni Ottanta, accolti a fucilate. Almeno quattro sono stati gli esemplari uccisi sul Monte Gennaro e nei territori dei comuni di Percile e Orvinio. Al momento, sembra sopravvivere, tra mille insidie, un piccolo nucleo di 3 o 4 esemplari. E qualche lupo si aggira anche sui vicini monti Ruffi e Prenestini, sui monti di Castro, in alta Tuscia, e nell’area del Parco regionale dei monti Aurunci.