Rive gauche Guerra civile in un partito ormai finito


La guerra civile divampa nel Pd. Come negli stati africani post-coloniali disegnati a tavolino o nella Cecenia post-sovietica. Le etnie, faticosamente costrette negli stessi confini nazionali, si separano e si fanno guerra sanguinosamente. La pace nel Pd è impossibile. Il sogno dell’unico grande partito riformista è lacerato ormai da uno scontro senza precedenti. Villari, il senatore ribelle a capo della Vigilanza Rai, ha acceso la miccia. L’etnia veltroniana lo accusa di aver favorito il clan dalemiano. Quest’ultimo aveva sperato, infatti, che l’incursione del soldato Villari avrebbe fatto saltare lo stato maggiore avversario.
Come in tutte le guerre civili è difficile stabilire chi abbia sparato il primo colpo. Solo gli antropologi conoscono la risposta sul perché della guerra. Le due etnie, quella veltroniana e quella dalemiana, a cui si aggiungono gli irrilevanti clan di derivazione post-democristiana, si sono contrapposte fin dagli anni in cui erano tenute assieme nell’ultima stagione della grande entità comunista. L’etnia veltroniana si alimenta del mito della «diversità» inventato dal gran sacerdote Enrico Berlinguer per tenere assieme, di fronte all’assalto della modernità, un impero ormai a pezzi. Per l’etnia veltroniana il nome non conta, neppure la storia ha un senso, tutto viene frullato nel disegno di un popolo puro che si separa dagli altri perché ha una guida al di sopra delle altre. Fuori di metafora, il mito veltroniano supera il dilemma comunismo-anticomunismo in nome di una superiorità morale talmente prepotente da distruggere le proprie radici. Prima ancora di diventare un mito di popolo, si afferma come mito delle classi dirigenti del Paese, alcuni gruppi editoriali in primis, che vedono nella leadership di Veltroni il superamento della vecchia sinistra e la condanna morale della nuova leadership berlusconiana. Intellettuali di rango, cineasti, giornalisti televisivi, magistrati, lobby economiche della finanza cattolica individuano in Veltroni il sogno della messa fuori gioco sia della vecchia sinistra sia della nuova destra di governo.
L’etnia dalemiana rintraccia le proprie radici nella storia del popolo di sinistra. Offre a questa storia una leadership che persino nel suo tratto psico-fisico - asciuttezza dei modi, aristocrazia nel carattere, ieraticità, autoritarismo pronunciato - fa risuonare tutte le vecchie corde. L’etnia dalemiana rivendica l’essere di sinistra, ma lo declina con gli strumenti della modernità e si avventura lungo i territori impervi dell’economia moderna, le banche, il potere economico, l’intellettualità tecnico-scientifica. L’etnia dalemiana sa di non poter vivere senza l’altro da sé ed elabora strategie per stringere alleanze o per venire a patti anche con gli avversari più riottosi. Le due etnie cercano invano un punto di accordo. Il breve regno di Romano Prodi, che ora si allea con l’uno ora con l’altro, sembra trovare un fragile equilibrio. Caduto Prodi, la guerra civile divampa. Spietata e irrefrenabile.
Non stiamo assistendo in queste ore a uno scontro per la segreteria del Pd. C’è anche questo in ballo. La guerra civile ha un’altra posta in gioco. Se restiamo nella metafora cecena o dello Stato africano post-coloniale, stiamo assistendo alla fase finale della guerra per il nuovo assetto della sinistra. Il Pd, o comunque si chiamerà, è finito dopo appena un anno. Chiunque vinca costruirà un partito diverso da quello progettato. È probabile che non ci sarà neppure un vincitore stabile fino a che i due clan resteranno costretti nei medesimi confini. Ha ragione Baget Bozzo, lo ha scritto su questo giornale, solo una scissione salverà la sinistra.
Oggi si fronteggiano una ipotesi neo-socialdemocratica che fa capo a Massimo D’Alema e il partito radicale di massa a forte impronta dipietrista di Walter Veltroni. Non possono stare assieme, ma neppure possono sciogliersi pacificamente. Se lo scontro fosse tra una parte radicale e una moderata sarebbe più facile una separazione consensuale. Tuttavia le due etnie sono distinte ma vivono da troppo tempo sul medesimo territorio, troppi i matrimoni misti e il meticciato, per separare un organismo siamese. È per questo che la soluzione più probabile è una guerra civile prolungata, che si accenderà e si spegnerà in continuazione. Non ci sarà pace e non c’è spazio neppure per i «caschi blu». L’auto-epurazione deve fare il suo corso. La storia, si sa, è cinica.
Peppino Caldarola