La rivolta di Alemanno e Storace E tra i colonnelli volano gli insulti

Francesco Kamel

da Roma

Il «buffone finiscila» con cui Gianni Alemanno risponde ad Adolfo Urso che ha appena affibbiato un paio di bordate alla (ex?) corrente di Destra sociale vale più di ogni analisi politica. E dimostra che, nonostante la presa di posizione di Gianfranco Fini, le correnti ci sono. Sono forti vive e vegete. E si basano oltre che sugli interessi anche sui rapporti umani e su quelle che Carmelo Briguglio chiama «culture politiche».
All’Assemblea nazionale Adolfo Urso ha preso la parola dopo due interventi forti e molto appassionati. Gianni Alemanno ha puntato sull’identità del partito. Francesco Storace ha difeso la classe dirigente dagli strali di Fini. E ha rimesso a disposizione la poltrona da ministro se si ritroverà in minoranza. Ma Urso sente che il vento è in poppa. Dopo la cooptazione di Altero Matteoli la (ex?) corrente di nuova Alleanza ha incassato un grande risultato. Urso è durissimo contro il ministro della Salute: «Storace ha chiesto più passione al partito. Ma Storace non ha perso la presidenza della Regione Lazio per mancanza di passione ma per mancanza di ragione». E ancora rispondendo a Storace che aveva messo in guardia Fini dai dirigenti troppo ambiziosi: «Chi vota Fini non è un assetato di bottino del territorio». Ma Urso ce l’ha anche con Alemanno. «L’elettorato ci chiede più identità? Non ci vota perché ne abbiamo poca, non è così perché An è nata per superare le identità. Il populismo identitario si esprime in Italia con la Lega, con Rifondazione e i Verdi ma non è la via per la Destra».
Dopo la relazione mattutina di Fini, Alemanno e Storace ma anche Mantovano, Pedrizzi, Briguglio, quasi tutti gli ex rautiani, la componente cattolica, erano increduli.
Dopo la «pausa di riflessione», Alemanno e Storace nel confronto con Fini si erano mossi su due piani distinti ma ben coordinati. Alemanno aveva sottolineato che «le difficoltà di An non ci sono per colpa delle correnti» e che questo è «uno dei momenti più duri e drammatici nella storia di An» in cui bisogna evitare di «ridurre questioni immense a battute». Il ministro ha rinfacciato a Fini che ad An manca «un progetto chiaro per questo partito se non vogliamo che si creino degli unanimismi di facciata. Alemanno si è rivolto direttamente a Fini: «In questi anni, Presidente, ti è stato chiesto di andare oltre il giorno per giorno, anche a costo di rischiare di andare a sbattere. Le correnti hanno supplito a questo insieme di carenze». Ha chiesto «le primarie per scegliere il leader della Cdl» e poi ha attaccato Fini sul referendum: «Dichiarare che l’astensionismo era diseducativo è stata una grande scivolata». Alemanno ha chiesto che il documento redatto con Mantovano e Storace «sia votato perché serve a sanare una ferita». Nessun accenno all’organizzazione. Il documento secondo Alemanno avrebbe già raggiunto il 30% di adesione al netto di una possibile convergenza di Destra protagonista. Ma anche Storace nel suo intervento si è messo di traverso a Fini. Ha prima annunciato che «se alla fine di questa assemblea io mi troverò in una posizione tragicamente diversa dalla tua non resterò al governo un minuto di più». Poi ha rinfacciato al presidente di «volerci dividere», ha criticato le scelte organizzative («le correnti saranno delle metastasi, ma Altero Matteoli non è certo il professor Di Bella») ed è riuscito dove pochi sono riusciti: ha fatto perdere la pazienza e lo stile a Fini. D’altronde la spaccatura tra il presidente di An e la sua classe dirigente appare ben più grave di una semplice trattativa sui collegi e sugli assetti interni. Tanto che nella notte, dall’assemblea di Destra sociale, è uscito un niet al presidente. Alemanno e Storace si sarebbero infatti pronunciati per votare contro la mozione di fiducia a Fini e andare quindi alla vera «conta».